Costruire la pace nell’ascolto e nel dialogo

Alcune riflessioni di giovani musulmani di Firenze

da Prospettive 152,
2° trimestre 2015

A seguito dei recenti fatti che scuotono l’opinione pubblica occidentale, creando una sorta di paura verso l’Islam e gli islamici, abbiamo ritenuto importante ascoltare le voci di chi fa parte di comunità islamiche che vivono in Europa. Ciò al fine di cercare di capire meglio cosa voglia dire per loro Islam e cosa significhi per loro professare la propria fede oggi in Europa. Siamo convinti che il primo e fondamentale passo per intraprendere un cammino di pace e fraternità sia quello di porsi in una dimensione di ascolto reciproco, cercando di capire i sogni, le aspirazioni, le paure e i bisogni dell’altro. Come cristiani, musulmani, occidentali, medio-orientali abbiamo assieme la grande responsabilità di essere segni vivi di speranza in una situazione in cui i fatti di cronaca e le posizioni di molti leader politici sembrano non lasciare spazio a concrete prospettive di pace. Pubblichiamo, quindi, alcune riflessioni di due giovani musulmani di Firenze, che ringraziamo per la disponibilità con cui hanno accolto la nostra richiesta.

E’ impressionante come fonti divulgative di sapere e conoscenza possano ingenerare mali, distorcendo la realtà dei fatti e sviando inconsciamente intere società. Suonano ormai note alle nostre orecchie le notizie in primo piano ogni giorni sui giornali e nei telegiornali, per le quali è diventata quasi scontata la presenza della parola “Islam” in tutte le sue versioni: “ISIS: Islamic state of Iraq and Siria”, “attentato islamico alla sede di Charlie Hebdo”, “terroristi islamici bruciano vivo l’ostaggio giordano”. Così facendo, si è creato indirettamente uno stereotipo secondo il quale un islamico viene automaticamente – e oramai quasi necessariamente – classificato come terrorista. Questo corrisponde ad una presa di posizione ben definita, nella quale si ha paura, ma si parla con sicurezza di una materia di cui spesso non si sa niente oppure alla quale non ci siamo mai nemmeno avvicinati. Per capire l’Islam bisogna tentare un approccio diretto con la religione, col Corano, e coi credenti tramite il dialogo. Per un credente l’Islam non è solo una religione, quanto più un vero e proprio stile di vita. Tutto questo si evince da numerosissimi passi del Corano e Hadith (le parole del Profeta Mohammed), quali ad esempio: “Chi crede in Allah e nel Giorno Ultimo, tratti bene i suoi ospiti” [Hadith Charif], oppure “A ciascuno abbiamo indicato gli eredi cui spetta parte di quello che lasciano: i genitori e i parenti stretti.” [Al.Nisaa’ (Le Donne) 4:33], oppure ancora “Se temete la separazione di una coppia, convocate un arbitro della famiglia di lui e uno della famiglia di lei. Se i coniugi vogliono riconciliarsi, Allah ristabilirà l’intesa tra loro” [Al.Nisaa’ (Le Donne) 4:19]. Questi Hadith riescono a farci capire come la religione non venga considerata solamente il riconoscere una presenza superiore, correlata a tutte le sue manifestazioni verbali, quanto diventi parte integrante della vita quotidiana.

Secondo un musulmano, questo modo di percepire e impostare la propria vita secondo la fede non significa una limitazione della libertà, una restrizione della mentalità, una sorta di lavaggio del cervello, un controllo delle menti dei credenti una volta lette alcune Surat del Corano; al contrario, un musulmano si sente invece libero proprio nel momento in cui fa quello che sente. Un vero musulmano praticante, che prende alla lettera ciò che il Corano riporta, non è quel che oggigiorno viene indicato come un “musulmano moderato”, ma è semplicemente un musulmano. Il termine “moderazione” implica una limitazione basata su fattori ideologici che ritroviamo nella società che ci circonda. Da persona di fede musulmana posso dire che il Corano non istiga alla violenza, agli abusi, all’omicidio, alla repressione; di conseguenza non necessita di nessun filtro “moderante” che ne ridefinisca la misura e il livello di applicabilità. “Musulmano moderato” è un termine che è nato conseguentemente al termine “musulmano radicale”. I media associano il musulmano radicale ad una persona che attacca con violenza, sia da un punto di vista fisico che da un punto di vista morale, usando ogni tipo di coercizione, come nel caso delle conversioni forzate. In verità, questo tipo di musulmano radicale non esiste, perché la conversione in maniera forzata va automaticamente contro il volere di Allah, il quale si esprime chiaramente su questo punto, senza bisogno di interpretazioni. Dice infatti: “Non c’è costrizione nella religione.” [Al-Baqara (La Giovenca) 2:256], “O voi che credete, non vi è lecito ereditare delle mogli contro la loro volontà” [Al Nisaa’ (Le Donne) 4:19], o ancora “Se il tuo Signore volesse, tutti coloro che sono sulla terra crederebbero. Sta a te costringerli ad essere credenti?” [Yunus (Giona) 10:99]. Questi versetti del Corano esortano piuttosto il credente ad una totale tolleranza ed al rifiuto di qualsiasi comportamento discriminatorio.

L’unica funzione del musulmano nella società, riguardo alla religione, è quella della “Jihad”. Molti traducono la parola Jihad con il termine “guerra santa”, caricandola di una valenza di sopraffazione, ovvero di eliminazione fisica del nemico, nel nome di Allah e del suo profeta. In realtà, la parola “Jihad” in arabo significa “sforzo”, e sta ad indicare una fatica mentale e spirituale, attraverso la quale un credente si avvicina alla propria religione o avvicina un altro alla propria fede tramite l’utilizzo della parola. Alla luce degli avvenimenti recenti, gran parte della società e dei media occidentali hanno manifestato una certa “paura del musulmano”, mentre parte del mondo arabo si è arroccato sulla “paura del musulmano non musulmano”. Il risultato è che, mentre gli occhi di tutto il mondo erano puntati sull’attentato a Charlie Hebdo, in Nigeria, paese a maggioranza sunnita, sono morte oltre 2000 persone per mano di Boko Haram, un gruppo di presunti estremisti musulmani, e sono stati uccisi altri tre giovani universitari appartenenti all’ “Islamic Relief”. Questo non per mettere in secondo piano i morti a Parigi; l’obiettivo non è quello di sottolineare i morti con più zeri, ma non deve essere nemmeno quello di classificare i morti in morti di serie A e morti di serie B.

Quella in particolare dei musulmani in Europa, è una condizione di conflitto continuo, su due fronti diversi in contemporanea: quello di chi punta il dito contro, stando dietro agli stereotipi, e quello di chi ti ritiene un criminale che uccide in nome di un Dio che non gli appartiene. É una condizione frustrante, che ti porta a doverti giustificare per degli atti dei quali non sei responsabile, ma che devi comunque spiegare dal momento in cui chi ti circonda te li attribuisce. La gente ti ferma per strada e ti domanda: sei terrorista? E se sei una donna, perché porti “quel cencio” in testa? Sei stata costretta? Perché persone che professano la tua stessa fede uccidono? Questo peso costante dello sguardo ostile di chi ti circonda, questa paura infondata, ti costringe a convivere con un’ansia perenne. Perché non posso vestire come voglio? Perché non posso credere in quello che voglio? Se sono una ragazza, non credo di invadere la libertà di nessuno portando il velo o se credo in un altro Dio. Vivo in un paese libero, nel quale io non mi sento libera; perché devo per forza cambiare o adattare la mia cultura, o peggio ancora nasconderla? L’integrazione è già difficile dal momento in cui ti ritrovi in mezzo a volti diversi, che non conosci, che non possono capirti; ma lo diventa ancora di più nel momento in cui l’altro non ti accoglie a braccia aperte, ma ti sbatte in faccia una porta carica di catenacci, serrature e lucchetti. Succede che venga data più attenzione e si punti il dito su azioni che altre persone fanno quotidianamente in maniera spontanea. Ad esempio, una madre che ritarda ad un appuntamento con l’insegnante viene presa per “una straniera alla quale non interessa l’andamento scolastico del figlio”; brontolare il figlio diventa puntualmente un “maltrattamento minorile inammissibile”; un bambino magro per costituzione diventa “malnutrito”. É una continua iperbole asfissiante; mandare un curriculum diventa sofferenza, perché sei consapevole del fatto che quando leggeranno il nome, lo scarteranno. Una cosa assurda accaduta l’altro giorno: non volevano dare una casa in affitto ad una coppia, con due contratti di lavoro a tempo indeterminato in mano, perché musulmani. Il mio nome non può darti la mia identità; il male c’è, c’è stato e ci sarà sempre, in ogni angolo. Il mondo si aspetta che i musulmani si dissocino dal terrorismo: ma per dissociarmi devo prima farne parte! Il vero Islam non ha mai predicato il terrorismo, ma al contrario è una religione che professa amore, rispetto, educazione e conoscenza. Il credente è soggetto anche ad una specie di perdita della propria identità, perché se si chiede ad un musulmano di bruciare la bandiera dell’Isis lui risponderà con un atteggiamento tentennante. Questo perché su quella bandiera, che ha causato decine di migliaia di vittime, cosa intollerabile e inaccettabile, è scritto il nome di Allah. Penso comunque che la perdita più grande non sia quella dell’identità, ma una ancora più grande che racchiude tutte le classificazioni alle quali siamo sottoposti, ed è la perdita dell’umanità, che per definizione accomuna tutti quanti gli esseri umani. Dobbiamo lottare tutti insieme contro dei mostri che vanno ben al di là dell’islamofobia, ovvero l’ignoranza, la discriminazione e chi vuol distogliere l’attenzione dai principi della pace e dell’unione, in nome di una presunta diversità. AalhamdolilLah (grazie a Dio), come in qualsiasi situazione c’è sempre qualcosa di positivo: casi come questi spingono la nostra Ummah (Comunità Islamica) ad avvicinarsi di più alla sua religione, e i non credenti a cercare di capire una cultura così diversa e spesso tanto temuta. Alhamdolillah, la nostra unica arma sarà sempre la parola.

Hasna Tefahi
Nesrine El Arrasse

da Prospettive 152,
2° trimestre 2015

Cattolici e politica: criteri per una nuova stagione

Incontro con Guido Formigoni

 

Negli ultimi mesi appare insistito il richiamo all’esigenza di nuovi e coerenti impegni in politica di laici cattolici. Ha cominciato papa Benedetto XVI a Cagliari nel settembre del 2008, parlando di «una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile». La tesi è stata ripresa più volte in sede Cei dal cardinal Bagnasco: da più parti si parla di una «ripresa», di un nuovo inizio possibile. Insomma, a quindici anni giusti dalla certificazione gerarchica della fine dell’unita politica dei cattolici (si ricordi l’intervento di papa Giovanni Paolo II al convegno ecclesiale di Palermo, succeduto all’ultima e decisiva scissione del Partito popolare italiano), sembrerebbe di sentire nell’aria una gran voglia di chiudere una parentesi. Corre il giudizio su un sostanziale fallimento di questa stagione, caratterizzata da confusione, smarrimento, incertezza e alla fine perdita di «rilevanza» (parola chiave più volte citata) per i cattolici nella politica italiana. Il richiamo rischia però di restare singolarmente vago e astratto, se non accompagnato da qualche scelta coerente. L’unica cosa certa e che sembra avvertirsi a livello di base pastorale un certo rilancio delle esperienze di formazione all’impegno sociale e politico che dopo la stagione forte degli anni ’80 sembravano essere progressivamente messe ai margini. Un po’ poco, però. Quindi, qualche ragionamento di metodo non sembrerà ininfluente per accompagnare l’accorato appello che ci viene dai vertici ecclesiali.

1. Ci vuole un ripensamento sul passato.

Cioè proprio quello che è mancato nel 1995. Si e cambiata strategia di vertice senza un processo di accurata verifica di quello che era successo. Cioè dell’esaurimento della lunga stagione della prevalente unità dei cattolici italiani nella Dc. Occorre sedimentare un giudizio maturo su quella lunga parabola, che esca da giustificazionismi apologetici e da polemiche astiose (cosa che non sembra ancora facile). Ma soprattutto occorre indagare sul motivo della conclusione di quella storia, uscendo dai luoghi comuni sui complotti dei magistrati cattivi o sulle debolezze di singoli protagonisti. La crisi della Dc era già in corso da molti anni. E per capire la crisi proporrei di ragionare soprattutto su due elementi. In primo luogo, il fatto che la sintesi ideologica e programmatica della Dc era per molti versi superata dai fatti, in parte perché realizzata e positivamente divenuta patrimonio comune della democrazia, in parte perché ridotta a incoerente appello a un discorso valoriale astratto (si pensi alla retorica sulla famiglia, cui non seguivano provvedimenti coerenti). In secondo luogo, il motivo per cui – di fronte all’evoluzione bipolare della democrazia italiana, coerente a schemi europei -le ragioni del convergere dei cattolici si siano manifestate cosi deboli, tanto da creare una dinamica centrifuga per cui i pezzi del partito si sono dislocati su posizioni contrapposte.

  1. Ci vuole unattitudine alla coerenza nella liber

La coerenza tra la fede e le opere è fondamentale anche in politica. Il rischio del «secolarismo», cioè del cedimento verso «il mondo» che renda irrilevante la fede è uno degli ostacoli strutturali del cristiano nella storia. Il cristiano deve sempre trovare nella coscienza le ragioni della propria coerenza con la figura di Cristo Signore della vita e della storia (non con una ideologia, quindi, un discorso astratto). La coerenza è anzitutto questione di virtù vissuta, più che di adesione a uno schema di pensiero. Ma, d’altra parte, la coerenza non po’ essere intesa come semplice attitudine alla ripetizione delle posizioni di principio espresse dal magistero 0 dalla dottrina sociale della Chiesa. Tale dottrina, lo ha bene espresso papa Giovanni Paolo II, è un aspetto della teologia morale, e una riflessione alla luce del Vangelo che discrimina alcuni principi essenziali di una presenza nella storia. Ma il compito politico inizia precisamente quando questo patrimonio finisce. Si tratta infatti di dare ai «valori non negoziabili» elencati nei classici richiami magisteriali uno sviluppo e una concretizzazione che li rendano passibili di traduzione istituzionale (perché non basta la coerenza personale ma occorre mutare lentamente le istituzioni collettive alla luce del «dover essere» che i valori richiamano) e di costruzione di un consenso democratico nell’agone politico (perché si può anche talvolta ricorrere alla mera testimonianza, ma la logica dell’azione politica chiede di cercare in primo luogo l’ efficacia del «bene possibile» concretamente raggiungibile). E per compiere fino in fondo questa percorso ci vuole libertà di sperimentazione e di ricerca, il contrario della irreggimentazione delle truppe cattoliche su alcune posizioni genericamente convergenti.

  1.  Ci vogliono luoghi di mediazione culturale

Insomma, torna l’importanza della «mediazione» nella storia dei valori da raggiungere. In questi ultimi anni non si è badato molto a questa esigenza. Di fronte alla «diaspora» politica dei cattolici, la gerarchia si e intestata di fatto il compito di guidare l’unita sui valori essenziali (cosa sacrosanta), ma si e anche spinta essa stessa a compiere mediazioni legislative di alcuni valori (cosa meno fisiologica, e anzi un poco rischiosa). Si pensi alla questione della fecondazione assistita: la legge 40 difesa dalla presidenza della Cei era una mediazione tra le tante possibili. Il che ha pericolosamente esposto in pubblico la gerarchia, ha creato contraccolpi e accuse di clericalismo di ritorno, ha anche mortificato il ruolo dei laici cattolici in politica. Occorre invece moltiplicare i luoghi dove si costruisca in modo collettivo, corale, partecipato, una attitudine al «pensare politicamente», come diceva Giuseppe Lazzati. Senza confondere quello che è libera ricerca e capacità di correre i propri rischi sulle questioni opinabili (che in politica sono molte!) con il «relativismo». Dove sono questi spazi? Riviste, centri culturali, università, fondazioni? Tutto è stato accentrato nel cosiddetto «progetto culturale» cristianamente ispirato, che però ha avuto il limite di essere troppo centralizzato. Del resto se sul «quotidiano dei cattolici italiani», cioè «Avvenire», si sente sistematicamente una voce sola, come si fa a percorrere le strade del confronto, del dibattito, della sana mediazione culturale?

  1. Ci vuole unanalisi sistemica della politica

In ultima analisi, poi, occorre considerare quello che si muove concretamente nello scenario politico. Per collocarsi, prendere le misure, scegliere le opzioni possibili. La politica è concretezza; tempo e spazio. Ogni scelta nuova presuppone un’analisi previa della realtà. E il sistema politico italiano viaggia da quindici anni sulla via di un bipolarismo, zoppo quanta si voglia, ricco di imperfezioni e discutibilissimo, ma altrettanto apparentemente privo di alternative reali nel breve periodo. Sicuramente siamo in una fase di ristrutturazioni delicate della destra politica (e parzialmente anche della sinistra). Dove si collocherebbe la nuova stagione dell’impegno cattolico? Non si può illudersi con vaghi discorsi sulla critica dell’attuale schema bipolare e sulla necessità di risuscitare un qualche «centro» politico, di poter modificare magicamente le cose. Non è detto che si debba assecondare senz’altro la tendenza della storia, ma per contrastarla occorre esserne lucidamente consapevoli e mettere in campo pazienza, creatività, discernimento, risorse organizzative e di comunicazione. Tutto questa va pazientemente discusso, non si può dare per ovvio, se si vuole che la retorica della «ripresa» di una nuova generazione di cattolici in politica abbia qualche senso.

Prospettive 134,
4° trimestre 2010