Adriano Olivetti (1901-1960) è stata una delle più singolari e visionarie figure del ‘900 italiano. Imprenditore, portò la fabbrica di macchine da scrivere del padre Camillo ad essere leader mondiale nel settore. Alle sue notevoli capacità imprenditoriali era abbinato uno spirito di etica sociale che l’ha reso unico: la sua idea di comunità metteva infatti la persona del lavoratore al centro della fabbrica, come valore ben più importante del profitto economico, provando comunque che questi due obiettivi non sono incompatibili.
“Ai lavoratori” raccoglie due discorsi pronunciati da Olivetti ai suoi dipendenti in due diverse occasioni: l’inaugurazione di un nuovo stabilimento a Pozzuoli e la consegna delle Spille d’Oro agli operai con almeno venticinque anni di servizio nella fabbrica di Ivrea.
Possiamo considerare questi discorsi come una sorta di manifesto del pensiero olivettiano riguardo alla fabbrica come «strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza», in cui i lavoratori potessero serenamente dare il loro contributo alla fabbrica in un ambiente positivo, venendo ricompensati per questo non solo col salario che si trasforma in «pane, vino e casa». Infatti i salari, che comunque erano ben sopra la media degli operai e distribuiti secondo la celebre regola che nessuno potesse guadagnare più di dieci volte lo stipendio di un operaio semplice, erano considerati una ricompensa insufficiente se confrontata all’apporto dato dai lavoratori all’azienda. Per questo l’impianto di Pozzuoli nacque con l’idea che la sua bellezza potesse essere alleviare la fatica del lavoro quotidiano.
Il discorso alle Spille d’Oro del 1954 esprime
invece la sincera gratitudine verso chi ha dato oltre un quarto di secolo alla fabbrica, attraversando il cambiamento epocale dal fascismo al dopoguerra. Nel riconoscere il loro fondamentale ruolo, Olivetti chiede loro di essere d’esempio per i lavoratori più giovani appena entrati in fabbrica.
La presentazione e la nota biografica rendono il libro accessibile a tutti, indipendentemente dalla conoscenza che si ha delle vicende di Olivetti o del boom economico italiano. Anzi, queste 53 pagine permettono con straordinaria semplicità di scoprire un così importante ed attualizzabile elemento della storia del nostro Paese.
Dal discorso di inaugurazione della fabbrica di Pozzuoli (23 aprile 1955):
Di fronte al golfo più singolare del mondo, questa fabbrica si è elevata, nell’idea dell’architetto, in rispetto della bellezza dei luoghi affinché la bellezza fosse di conforto nel lavoro di ogni giorno.
Abbiamo voluto anche che la natura accompagnasse la vita della fabbrica. La natura rischiava di essere ripudiata da un edificio troppo grande, nel quale le chiuse muraglie, l’aria condizionata, la luce artificiale, avrebbero tentato di trasformare giorno per giorno l’uomo in un essere diverso da quello che vi era entrato, pur pieno di speranza. La fabbrica fu quindi concepita alla misura dell’uomo perché questi trovasse nel suo ordinario posto di lavoro uno strumento di riscatto e non un congegno di sofferenza.
Per questo abbiamo voluto le finestre basse e i cortili aperti e gli alberi nel giardino ad escludere definitivamente l’idea di una costrizione e di una chiusura ostile.
Dal discorso alle Spille d’Oro di Ivrea (19 dicembre 1954):
La Spilla d’Oro sa che niente si improvvisa e che non si creano miracoli. La Spilla d’Oro ha visto 25 anni della vita di fabbrica e sa riconoscere il giusto dall’ingiusto, l’improvvisato dal meditato, il facile dal difficile, in una parola il bene dal male. Per questo le Spille d’Oro sono come pilastri fondamentali sui quali si posa la saggezza della nostra fabbrica. I giovani guardano ad esse con riconoscenza perché esse hanno loro spianato il cammino, ora più facile, perché a loro volta essi preparino alle nuove generazioni una vita più alta e migliore. Di questa ansia di progresso siamo tutti partecipi, ma le Spille d’Oro rivendicano in un titolo di glorioso lavoro la loro parte così meritata.
La Spilla d’Oro sa che il lavoro che egli ha dato per anni alla fabbrica è qualcosa di intimamente e profondamente suo, onde a poco a poco questo suo lavoro è divenuto parte della sua anima. Perciò in essa splende una luce interiore, perché essa appartiene allo spirito. Il lavoro è perciò spirituale e il lavoratore si sente anch’egli nel lavoro e sul lavoro vicino a Dio, come Suo collaboratore e servitore.
Per questa ragione Gesù si presentò agli abitanti di Nazareth e al mondo che lo attendeva come figlio di falegname e fabbro. Onde il Cristianesimo, riscattando la schiavitù dell’uomo ed elevando la dignità della persona umana, fu principio di una autentica rivoluzione. Il mondo moderno deve accettare il primato dei valori spirituali se vuole che le gigantesche forze materiali alle quali esso sta rapidamente dando vita, non solo non lo travolgano, ma siano rese al servizio dell’uomo, del suo progresso, del suo operoso benessere.