1. “Comunicare” come fatto intrinsecamente umano:
L’uomo è, per sua stessa natura, un essere in relazione. Questa dimensione ci pone inevitabilmente nella necessità di comunicare con coloro che ci circondano. Una condizione importante per farlo efficacemente è conoscersi e saper ascoltare la propria dimensione interiore, a maggior ragione nel momento in cui ciò che vogliamo trasmettere assume profili più complessi.
Comunicare allora non è un semplice trasferimento di informazioni, ma è l’atto fondativo del vivere insieme. Ciò che comunichiamo con parole, gesti e atteggiamenti definisce la nascita e la crescita di rapporti personali e sociali.
Inoltre, il modo in cui comunichiamo influenza la percezione che le persone hanno di noi, così che negli incontri e nelle relazioni, almeno inizialmente e ad un livello più superficiale, ciò che comunichiamo coincide con ciò che siamo
agli occhi dell’altro. Quindi, per creare relazioni autentiche, occorre che la semplice comunicazione diventi dialogo: non una mera somma delle informazioni scambiate, ma la generazione di qualcosa di nuovo come un’idea,
un’emozione, un legame.
Dunque dialogare coinvolge l’interezza della nostra persona, fornendoci grandi possibilità di crescita, personale e relazionale. Tuttavia, non si tratta di un processo automatico ed è necessario prestare grande attenzione anche alle potenziali incomprensioni che possono risultare se non riconosciamo e rispettiamo le differenze che ci separano dal nostro interlocutore, siano esse culturali, linguistiche, caratteriali o di vissuto.
Inoltre, dialogare in modo sincero e trasparente è difficile e spesso molto faticoso. Dobbiamo fare i conti con le numerose tentazioni che ci trattengono da un dialogo costruttivo con l’altro: la vergogna, il pregiudizio, la paura del confronto (oggi ancor più amplificata dai nuovi media digitali), la mancanza di fiducia o la volontà di imporre il proprio punto di vista.
Quindi, comprendere i meccanismi della comunicazione e del dialogo rappresenta il primo passo per riflettere sulle dinamiche sociali che coinvolgono famiglie, comunità cittadine, popoli e l’intera famiglia umana.
2. “Comunicare” come fatto sociale e fondativo della cittadinanza:
Se la comunicazione passa dall’ascolto, è qui che si gioca la possibilità di costruire comunità in relazione, aperte allo scambio e al sostegno reciproco.
Attraverso l’incontro, l’uomo scopre ciò che è diverso da sé e prende coscienza dei punti in comune, di ciò che lo rende umanamente simile all’altro. Per questo motivo lavorare all’edificazione di comunità complesse (dalla famiglia,  alle città, agli Stati) passa dalla partecipazione alla vita di queste, dando spazio a tutti e ciascuno per far sentire la propria voce, indipendentemente dalle condizioni sociali, economiche e religiose.
In questo, lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, delle capacità di utilizzarli e di interpretazione critica si configurano sempre più come elementi centrali del vivere sociale. Nell’era dei social network chiunque è creatore di contenuti, un attore attivo che diffonde messaggi, idee, fatti personali e commenti. Questa circostanza ha minato gli storici “mediatori” dell’informazione, come giornali e tv, che avevano il compito di fornire una sintesi organizzata dei fatti, stabilendone priorità e aiutando gli utenti a formarsi un’opinione. Oggi ogni cittadino è coinvolto in questo processo ed ha perciò la grande responsabilità, anche etica, di contribuire al dibattito pubblico in modo positivo.
A fare da contraltare alle incredibili – fino solo a pochissimi anni fa – possibilità dei nuovi mezzi di comunicazione, vi sono tuttavia notevoli rischi.
Infatti, l’accesso ad un numero elevatissimo di informazioni rischia di risolversi nell’impossibilità di comprendere i complessi meccanismi sottostanti ai grandi mutamenti politici, sociali ed economici e di formare un pensiero critico su di essi. In altri termini, il rischio è quello di creare una società senza memoria, in cui la verità è decisa dal numero di sostenitori e non dai fatti, in cui ogni opinione è strozzata dall’urlo della folla.
La grande diffusione dei social network ha poi amplificato le possibili disconnessioni tra identità “reali” e “virtuali”: online è possibile decidere cosa condividere della propria vita e come presentarsi, dando agli altri spesso un’immagine distorta e parziale delle nostre vite.
In questo scenario, la dinamica di educazione al dialogo e all’ascolto diventa la più grande arma per contenere al massimo i rischi e far risaltare le nuove opportunità.
Se si alza lo sguardo al livello politico ed economico, la comunicazione è oggi uno strumento strategico (talvolta pericoloso) per veicolare consenso intorno a idee, obiettivi e prodotti. Occorre però guardarne anche le potenzialità, ad esempio nel creare una sempre maggiore consapevolezza riguardo a grandi sfide dell’umanità (si pensi alla salute o alla tutela dell’ambiente), o nel condividere percorsi verso la costruzione di pace. Proprio sotto questo punto di vista, la comunicazione in forma di dialogo è uno degli strumenti più complessi da utilizzare in caso di controversie, ma può portare a soluzioni capaci di accogliere diversità e punti in comune.
3. “Comunicare” la religione:
La comunicazione, l’ascolto e il dialogo sono alla base anche dell’esperienza religiosa, specialmente nel caso delle tre religioni “del libro”, in cui Dio fornisce al suo popolo uno strumento di ascolto e preghiera. Nella tradizione biblica, il popolo d’Israele vi viene più volte invitato: “Ascolta Israele” e ancora “questi precetti […] li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, mentre camminerai per via, quanto ti coricherai e quando ti alzerai” (cfr. Deuteronomio 6, 4-7). Inoltre, la relazione non è unidirezionale: “Egli [Allah] è Colui che ascolta e osserva tutto” (cfr. Corano XVII, 1).
Nella nostra frenetica modernità, intessere una paziente, profonda e duratura relazione con Dio attraverso la preghiera rappresenta una grande sfida e necessità. Infatti, nutrire la propria dimensione verticale è imprescindibile per riuscire a creare “vicinanza” col prossimo e diverso da me, per combattere le tentazioni che ci impediscono di dialogare e creano distanza, incomprensione e conflitto.
Allo stesso tempo, le Religioni si trovano di fronte ad una grande sfida comunicativa: da una parte vi è la necessità di tramandare la grande ricchezza di tradizioni, valori ed usanze proprie delle Religioni e delle culture in cui esse si sono sviluppate; dall’altra, la necessità di adattarsi ai nuovi mezzi e modalità di comunicazione, affinché essa risulti efficace, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni.
Raccogliere con coraggio questa sfida rappresenta un elemento imprescindibile per arginare i fondamentalismi di ogni colore e credo che prendono sempre più piede in tante parti del mondo. Abbiamo bisogno di far giungere un messaggio di accoglienza, pace e speranza in contrapposizione ai messaggi di odio e distruzione di chi proclama, mentendo, di ispirarsi a precetti e sentimenti religiosi.
Progredire nel dialogo tra le Religioni rimane comunque la sfida più grande. Un dialogo che, in quanto tale, rispetti le specificità e le diversità di ciascuno, ma che al tempo stesso ci faccia riconoscere fratelli. Un dialogo che generi semi pace ed amicizia e che rappresenti un faro di speranza per un’umanità che troppo spesso sembra aver perso la rotta.

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