LA VELA (Castiglione della Pescaia – GR)

I° RAGAZZI da Venerdì 12/6 a Domenica 21/6 (nati nel 2007 e 2008)
I° ADOLESCENTI M. da Martedì 23/6 a Sabato 4/7 (nati nel 2005)
ADOLESCENTI F. da Domenica 5/7 a Giovedì 16/7 (nate nel 2005 e 2006)
GIOVANISSIMI da Venerdì 17/7 a Martedì 28/7 (nati nel 2002, 2003 e 2004)
GIOVANISSIME da Mercoledì 29/7 a Domenica 9/8 (nate nel 2002, 2003, 2004 e 2005)
INTERNAZIONALE da Lunedì 10/8 a Giovedì 20/8 (nati/e nel 2001 e precedenti)
II° ADOLESCENTI M. da Sabato 22/8 a Mercoledì 2/9 (nati nel 2006)
II° RAGAZZI da Giovedì 3/9 a Domenica 13/9 (nati nel 2007, 2008 e 2009)

IL CIMONE (Pian degli Ontani – PT)

I° ​RAGAZZE da Domenica 21/6 a Domenica 28/6 (nate nel 2008 e 2009)
II° RAGAZZE da Martedì 14/7 a Venerdì 24/7 (nate nel 2007 e 2008)


CAMPI PER GLI EDUCATORI E DI APPROFONDIMENTO

CASA ALPINA FIRENZE (Rhemes Notre Dame – AO)

CAPIGRUPPO M. da Domenica 12/7 a Martedì 21/7
ADOLESCENTI M. da Mercoledì 22/7 a Venerdì 31/7
ADOLESCENTI F. da Sabato 1/8 a Lunedì 10/8
GIOVANISSIMI da Martedì 11/8 a Giovedì 20/8
GIOVANISSIME da Venerdì 21/8 a Domenica 30/8

CASA SAINT GEORGES (Rhemes Saint Georges  – AO)

CAPOGRUPPO F. da Sabato 22/8 a Domenica 30/8


Quote di partecipazione: a La Vela 260 euro; al Cimone 180 euro per il I° campo ​Ragazze, 250 euro per il II° campo ​Ragazze.
Riduzione in caso di partecipazione di due o più fratelli o sorelle: 100 euro.

Inizio iscrizioni il 27 aprile.

Le generazioni nuove di tutti i popoli alzano […] il loro sguardo pieno di speranza verso le nuove frontiere storiche del mondo […] e si impegnano di attraversarle insieme e di costruire insieme la nuova, universale, pacificata e fraterna casa degli uomini

 

(Dichiarazione finale della Conferenza Internazionale della Gioventù per la Pace e il Disarmo – Firenze, 1964)

 

In un mondo in costante e frenetico cambiamento, sono tante e importanti le sfide che siamo chiamati ad affrontare. La dimensione sempre più globale e trasversale di molte di queste, basti pensare ai cambiamenti climatici, mette in luce l’insufficienza di risposte provenienti dall’iniziativa di singole individualità, troppo spesso parziali e isolate. Ci sentiamo, quindi, di affermare con forza che questa non può che essere la generazione della comunità, una generazione che insieme immagina e mette in pratica risposte comuni!

Dall’altra parte però siamo spinti ad adottare atteggiamenti egoistici ed individualisti che confliggono con la necessità di agire in modo comunitario e coordinato, mettendo al centro le conseguenze sociali delle azioni individuali.

Ci proponiamo dunque, durante il Campo Internazionale, di fare un passo indietro e confrontarci su due elementi cruciali per la vita assieme: la comunità e le generazioni. 

Riteniamo infatti che riscoprire tali dimensioni, fortemente legate tra loro, e declinarle secondo le specificità del nostro tempo rappresenti il necessario punto di partenza per fornire risposte di ampio respiro alla importanti sfide odierne: come stanno cambiando le comunità? Come interagiscono diverse generazioni nella comunità? Come orientare la comunità a prendersi cura delle generazioni future?

 

Non da soli: persona e comunità

Il tema della comunità, del vivere insieme, dello sforzo congiunto per perseguire un obiettivo ed una finalità comune, si lega a doppio filo al tema generazionale. Molte delle comunità in cui viviamo sono infatti un bacino di incontro e condivisione intergenerazionale: pensiamo alla famiglia, le associazioni, le nostre città, le Nazioni.

È nella comunità, infatti, che la persona si realizza, cresce, scopre i propri talenti e le proprie inclinazioni, definisce la propria identità. È nella comunità che si trasmette la memoria, pubblica e privata, alle giovani generazioni ed è nella comunità che si pianifica il futuro.

In una tale ottica risulta quindi cruciale riflettere sul rapporto tra persona e comunità e sui rischi che possano derivare ove questo venga ad incrinarsi. 

Può infatti accadere che il singolo sfrutti la propria comunità di appartenenza al solo scopo di raggiungere una propria realizzazione personale. Al contrario, talvolta può verificarsi che l’autonomia e i desideri dei singoli vengano appiattiti e sacrificati dinanzi all’interesse della massa.

L’appartenenza ad una o più comunità di riferimento rappresenta una necessità di ciascuno di noi: ci aiuta a definirci, ci sostiene nei momenti di difficoltà, ci aiuta a sviluppare le nostre idee e convinzioni. Tendiamo quindi, in maniera naturale, a scegliere di far parte di comunità che avvertiamo vicine, di cui fanno parte persone simili a noi per idee, provenienza, livello di istruzione, esperienze condivise, confessione religiosa. Si corre perciò il rischio che la comunità diventi un luogo di rifugio, in cui rafforzare le proprie convinzioni e di esclusione verso chi alla comunità non appartiene. O ancora, quello di snaturarsi, vestire una maschera, per essere accettati dalla comunità.

Al fine di evitare, o quantomeno limitare, questi pericoli è importante che ogni persona ed ogni comunità sia aperta al dialogo, attenta alle differenze sia all’interno che all’esterno della comunità stessa, sia inclusiva e non esclusiva, sia aperta al cambiamento. Soprattutto, è fondamentale che al di là dei tratti distintivi delle singole persone e delle singole comunità ci si riconosca come appartenenti ad unica e fraterna famiglia umana.

 

Un patto generazionale: vivere il presente e costruire il futuro

Le comunità, dunque, non sono entità assolute e monolitiche: queste evolvono, si trasformano, si rafforzano anche e soprattutto entrando in contatto una con l’altra, accogliendo ed esaltandone le diversità.

Tuttavia, sempre più spesso, molte comunità – anche Nazionali – rifiutano radicalmente ogni tipo di cambiamento e incontro, alimentando una cultura dello scontro in cui le differenze non sono una ricchezza ma un attacco alla propria identità e in cui i confini devono essere difesi e non superati. 

Ciò si contrappone con la necessità di agire insieme per il bene comune che le sfide della modernità ci mostrano con sempre maggiore forza: come è possibile, infatti, immaginare risposte coerenti ed efficaci ai cambiamenti climatici, allo sviluppo sostenibile, ai fenomeni migratori, ai mutamenti dei mezzi di informazioni, al rapporto tra lavoro e nuove tecnologie se non con una risposta comune? Come affrontare queste “nuove frontiere storiche del mondo” se la tradizione rappresenta qualcosa da custodire gelosamente e perpetuare nel presente e non delle solide radici da cui immaginare soluzione nuove?

Se la paura, la diffidenza, la difficoltà dell’incontro e del dialogo esistono e non possono essere ignorati se si vuole guardare al mondo con realismo, è tuttavia importante riaffermare che le distanze e le differenze rappresentano una ricchezza e un punto di partenza per creare legami e non scuse per rifugiarsi nei propri egoismi.

Ovviamente, problemi talmente complessi non si prestano ad una risposta semplice ed univoca, né è possibile affrontarli in maniera esaustiva in una volta sola. La nostra parziale ma convinta proposta è quella di adoperarci per un nuovo patto generazionale e comunitario.

Comunitario perché le sfide di oggi non si possono non affrontare assieme, perché una rispettosa e fattiva collaborazione tra diverse opinioni, talenti, inclinazioni personali e culturali è l’unica via possibile.

Generazionale perché le “nuove frontiere storiche” e le risposte che saremo in grado di fornire non sono fini a se stesse: esse infatti si radicano nel passato e avranno conseguenze per le generazioni a venire. È dunque necessario superare gli egoismi propri delle vecchie generazioni verso le giovani e future generazioni e sviluppare un principio di responsabilità nelle scelte di politiche ma anche negli stili di vita individuali e nelle scelte di consumo: la consapevolezza delle conseguenze delle nostre scelte e una visione di lungo periodo.

Ed è in un tale contesto che la Politica, ossia l’impegno orientato alla edificazione della società, non può che essere il luogo deputato a farsi garante e motore di questo patto. Una politica che accolga, includa ed esalti le differenti identità che compongono la famiglia umana, una politica che non lasci indietro nessuno e una politica che alzi il suo sguardo pieno di speranza verso il futuro.

 

Ascolto, armonia e comunione: il dialogo inter-religioso

L’adesione e la costruzione di un patto generazionale e comunitario porta con sé il riconoscimento di essere parte (piccola ma importante!) di un disegno più grande, di un ideale più alto. Il patto generazionale necessita, dunque, di uno sforzo spirituale comune: la consapevolezza che ciò che individualmente facciamo non si risolve in noi e per noi ma si apre ad un bene più grande.

In particolare, la dimensione della comunità e delle generazioni è elemento fondante nelle religioni abramitiche: la dimensione della fede non è un fatto meramente privato ed intimistico ma si inserisce in un contesto comunitario dove la tradizione e la trasmissione della fede hanno un ruolo primario. Dunque, un dialogo inter-religioso franco e rispettoso teso ad evidenziare le comunanze e le differenze, rappresenta certamente un’opportunità importante di arricchimento reciproco.

Tra i molti spunti che i Testi Sacri e le tradizioni abramitiche possono offrire vorremmo concentrare la nostra riflessione su tre aspetti fondanti della comunità nella sua dimensione intergenerazionale: l’ascolto, l’armonia e la comunione.

L’ascolto a cui Dio esorta all’inizio dello Shemà: “Ascolta Israele” (Dt. 6, 4). Siamo invitati a porci in una dimensione di disponibilità all’accoglienza e per questo rappresenta un prerequisito per costruire la comunità. E ancora, alla dinamica dell’ascolto si lega quella della trasmissione: “lo racconterai ai tuoi figli”, aprendosi al tema delle generazioni tutte facente parti di un disegno più’ grande.  L’armonia fra i membri, ossia la consonanza di voci diverse che creano un’espressione compiuta, come elemento fondante di ogni comunità: “Quando eravate nemici fu Lui a riportare armonia nei vostri cuori” (Corano, Sura III, 103). La comunione come vincolo libero e liberante su cui si fonda il rapporto tra Dio e l’uomo e che permette agli uomini di riconoscersi come fratelli.

 

Alle Grotte des Pigeons, vicino a Taforalt, in Marocco,  un team internazionale di ricercatori ha recentemente analizzato il DNA umano più antico mai trovato in Africa, e a affermarlo è stato lo stesso Ministero della Cultura e della Comunicazione marocchino attraverso un comunicato ufficiale. Gli scienziati hanno estratto con successo materiale genetico da persone che vivevano in Marocco 15.000 anni fa, scoprendo che queste condividevano un patrimonio genetico con le popolazioni del Mediterraneo orientale e dell’Africa sub-sahariana. Tutto ciò suggerisce che gli uomini dell’Età della Pietra del Nord Africa, dell’Africa subsahariana e del Medio Oriente interagissero molto prima di quanto si pensasse finora. Le scoperte sono state fatte da un team internazionale di scienziati, guidati da Johannes Krause e Choongwon Jeong del ‘Max Planck Institute for the Science of Human History’ a Jena, in Germania .

Il team ha analizzato campioni di DNA di nove individui provenienti dalla cultura Iberomaurus a Taforalt, ritrovati all’interno di Grotte des Pigeons, una grotta nel nord del Marocco, di cui questo popolo ha fatto a lungo uso. Gli Ibermauri avevano successivamente iniziato a seppellire nella parte posteriore della grotta, facendola divenire di fatto il più antico cimitero conosciuto al mondo. Questa popolazione viveva tra i 20.000 e i 10.000 anni fa ed essi sono considerati i primi esseri umani del Nord Africa ad aver prodotto dei piccoli strumenti di pietra tagliente conosciuti come microliti. I ricercatori hanno analizzato il DNA utilizzando metodi avanzati di sequenziamento e analisi. Sono stati in grado di recuperare dati mitocondriali da sette individui e dati nucleari di tutto il genoma di cinque individui. A causa dell’età dei campioni e delle scarse caratteristiche di conservazione dell’area, questo è un risultato senza precedenti.  Usando i metodi di sequenziamento avanzati, il team è stato in grado di recuperare i dati del DNA dagli esseri umani pre-datazione della rivoluzione agricola in Nord Africa – circa 10.000 anni fa – per la prima volta.

I risultati delle analisi dei campioni hanno mostrato che circa i due terzi del patrimonio degli individui di Taforalt corrispondevano strettamente al DNA degli antichi natufiani, una cultura che viveva nella regione del Mediterraneo orientale del Medio Oriente fino a circa 11.500 anni fa. L’altro terzo del DNA di Taforalt corrispondeva alle attuali popolazioni dell’Africa occidentale, suggerendo che l’interazione da parte dei popoli su entrambi i lati del deserto del Sahara  si stesse verificando anche prima di quanto si pensasse in precedenza, nonostante l’enorme barriera fisica alla migrazione causata dalla presenza del deserto. “Chiaramente, le popolazioni umane interagivano molto di più con gruppi di altre aree più distanti di quanto si pensasse in precedenza”, ha affermato Krause. “Questo illustra la capacità della genetica antica di aggiungere alla nostra comprensione della storia umana”.

Si sta così andando incontro allo sviluppo di una nuova concezione del progresso della civiltà preistorica, dopo che sempre in Marocco, lo scorso anno, erano venuti alla luce i più antichi fossili di uomo sapiens mai ritrovati; già questi, risalenti a circa 300 000 anni fa, avevano fatto ripensare agli archeologhi lo sviluppo dell’antica civiltà, ipotizzando che la nostra specie potrebbe essersi evoluta come una rete di gruppi sparsi per il continente e non in un unico sito, come si riteneva fino a poco tempo fa.

Bashar al – Assad, dopo che la presenza dell’Isis nel suo paese è stata ridotta sin quasi a scomparire, è pronto a riprendersi la Siria e per farlo ha deciso di colpire uno degli ultimi enclave sotto il controllo dei ribelli. Dal 18 febbraio le forze del regime hanno iniziato un’intensa campagna di bombardamenti aerei nella Ghouta Orientale, vicino alla città di Damasco, e questi attacchi secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani avrebbe già fatto più 500 morti e migliaia di feriti, e ad oggi più di 400.000 persone sono intrappolate senza acqua, cibo né medicinali.

E, mentre Assad, aiutato dall’Iran, colpisce la popolazione civile a Ghouta, Erdogan concentra i suoi attacchi contro la città di Afrin, in mano ai curdi. E proprio di fronte ai giochi di potere di potenze regionali e non, l’Onu continua a rimanere una forza inefficace. Il 24 febbraio, dopo svariati tentativi ostacolati dalla Russia, il Consiglio di Sicurezza ha finalmente raggiunto un accordo su un cessate il fuoco di 30 giorni, da implementare il prima possibile. Ma la decisione sembra non aver avuto alcun effetto nella Ghouta dell’Est, dove Assad, proprio poche ore dopo la votazione, si stava preparando ad un’invasione via terra. Questa risoluzione prevedeva delle “pause umanitarie”, ovvero che per almeno 30 giorni venisse rispettato il cessate il fuoco per cinque ore al giorno, dalle 9 alle 14, che consentisse ai civili di abbandonare le zone colpite dai bombardamenti e di permettere gli aiuti umanitari. La risoluzione è stata approvata anche dalla Russia di Putin, che fino ad ora aveva posto il veto a qualsiasi decisione delle Nazioni Unite riguardante il regime di Assad, suo alleato. Esenti dal cessate il fuoco saranno però gli attacchi contro l’Isis, al Qaida, al Nusra e altri gruppi affiliati ai terroristi, e Assad, l’Iran e la Turchia hanno utilizzato questa clausola come movente per continuare i bombardamenti su Ghouta e Afrin.

D’altronde la complessità del mosaico siriano rimane indecifrabile, troppi gli attori esterni coinvolti, troppe le guerre di procura che in Siria hanno trovato un terreno fertile. La Russia continua a fare della Siria la sua rampa di lancio per riguadagnare prestigio sullo scacchiere della politica internazionale, facendo valere il suo potere di veto nelle risoluzioni contro Assad. Iran e Turchia, invece, anch’esse spinte da interessi nazionali, hanno fatto del conflitto siriano il teatro di aspirazioni regionali. Infatti, altro teatro di continui attacchi è la zona di Afrin, controllata dai curdi e sotto attacco dal 20 febbraio.  Abbiamo qui un faccia a faccia tra Erdogan e Assad. Le forze turche, con il sostegno dell’Esercito siriano libero, hanno avviato l’operazione “Ramo d’ulivo”, con lo scopo di liberare il territorio dai curdi dell’Unità di protezione popolare (sigla YPG). I curdi sono importanti alleati degli Stati Uniti nella lotta contro lo Stato Islamico, ma anche la Turchia, e questa operazione rischia di rompere gli equilibri internazionali. In realtà i curdi hanno garantito la protezione della popolazione nella zona oltre alla stabilità, ma Erdogan non ha mai avuto particolare simpatia per loro, presenti anche a sud della Turchia, dove si sta verificando una vera e propria guerra interna. Il Kurdistan, in realtà, è una nazione ma non uno stato indipendente, che si divide tra il sud-est della Turchia, Iran, Iraq, Armenia e nord-est della Siria. Il Kurdistan iraqueno ha assunto sostanziale indipendenza, e dallo scoppio della guerra anche quello siriano ha assunto autonomia politica. L’intento della Turchia, dunque, sembra essere il massacro della popolazione curda e del suo sogno.

Non si sa quanto durerà l’assedio turco ad Afrin, ma Erdogan ha affermato che la Turchia non si fermerà fin quando il “lavoro non sarà finito”. Ma chi può sapere davvero se le mire del leader turco non vadano oltre.
Nel frattempo, pare che Assad abbia deciso di muoversi in sostegno dei curdi, allo scopo di ristabilire il controllo del regime su quella parte di territorio. Una critica nasce dal fatto che non ci siano state molte discussioni riguardo questo nuovo massacro, nessun hashtag o manifestazione di vicinanza a livello internazionale, e poca informazione sui media su questa nuova violazione della Carta delle Nazioni Unite.

 

Il 5 marzo 2018 è riuscito ad entrare a Ghouta il primo convoglio umanitario delle Nazioni Unite.
La notizia è stata confermata dal Comitato internazionale della Croce Rossa, dopo che il 4 marzo l’Onu aveva ricevuto il via libera dal governo di Damasco per l’ingresso degli aiuti nella regione assediata. Secondo l’ufficio delle Nazioni Unite per il coordinamento degli affari umanitari (Ocha), il convoglio, di 46 camion e che trasporta aiuti medici e cibo per 27.500 persone, è comunque insufficiente per risolvere la situazione nella città, e ancora molto deve essere fatto. L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha addirittura accusato il governo siriano di aver confiscato il 70 per cento delle forniture mediche inviate. Tra queste, kit chirurgici, insulina, apparecchiature per dialisi e altri materiali.

Pur avendo consentito l’ingresso degli aiuti umanitari, Damasco ha fatto sapere di essere intenzionato a proseguire l’offensiva sulla Ghouta orientale. Il presidente Bashar al-Assad ha dichiarato che non ritiene contraddetto il cessate il fuoco di cinque ore organizzati ogni giorno dal suo alleato principale, la Russia.

Il fallimento della tregua a Ghouta orientale è l’ultimo di una serie di accordi non rispettati nei sette anni di guerra in Siria. Situazioni simili – ribelli assediati e bombardati dalle forze alleate ad Assad – si erano già verificate nei mesi e negli anni scorsi. Inoltre in passato, come succede oggi, il governo siriano aveva sostenuto che i ribelli fossero praticamente tutti membri di Hayat Tahrir al Sham, gruppo considerato vicino ad al Qaida, legittimando i bombardamenti e le violenze come guerra contro il terrorismo. L’impressione è che anche questa tregua non durerà molto e che russi e forze alleate ad Assad riprenderanno presto gli intensi bombardamenti contro Ghouta orientale già visti nelle ultime due settimane. E che anche questa volta il mondo resterà a guardare.

L’Arabia Saudita e i nuovi accordi militari
Negli ultimi anni abbiamo osservato un’Arabia Saudita con un atteggiamento bellicoso nei confronti dei ribelli yemeniti huthi. Potrebbe essere considerata come una delle motivazioni che hanno spinto l’Arabia Saudita ad essere più disposta verso astronomiche spese militari? Può essere una ragione plausibile, oltre alla security policy possiamo? Ad esempio, il New York Times (20/5/017) ha raccontato le intese commerciali da 350 milioni di dollari in 10 anni tra lo stato arabo e gli USA. Per Trump è stata ancora l’opportunità per il rafforzamento della relazione bilaterale fra i due paesi e un modo per ricevere la più alta onorificenza assegnata ai capi di stato non musulmani.
Insieme a Trump è arrivata un importante delegazione di uomini di affari di cui fanno parte tra gli altri amministratori delegati di giganti come Boeing, General Electric, Lockkheed. Per i sauditi lo scopo di questo incontro è potenziare l’apparato militare saudita, con un investimento di centinaia di miliardi di dollari.
Riyadh comprerà armi e sistemi di difesa dagli Usa per 110miliardi di dollari. L’ obiettivo è però ancora più ambizioso ed è quello di arrivare alla cifra record di 350 miliardo di dollari, con la americana Lockheed Martin che ha già pronto per lo Stato saudita un sistema missilistico
Il 27 Aprile 2017, su NENA NEWS (NEAR EAST NEWS AGENCY) è stato riportato l’ultimo rapporto dello Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), che rivela che i paesi arabi, inclusi quelli del Nord Africa, restano tra i principali acquirenti di bombe, aerei e carri armati. Nel caso dell’Arabia Saudita, era e resta il paese arabo che nel 2016 ha speso di più in armi. Inoltre Riyadh, impegnata militarmente contro i ribelli huthi (sciiti) in Yemen, in questa poco onorevole classifica si trova al quarto posto per le spese militari nel mondo, con un budget per la difesa di 62,7 miliardi di dollari.
La domanda che ci poniamo è: chi paga queste spese? Perché lo fanno se il ritorno economico è incerto? Come questo atteggiamento può influenzare l’equilibrio di forze nella regione? Si pagherà con il petrolio saudita? Oppure i contribuenti sauditi, considerando che l’Arabia Saudita sta vivendo tempi di grande cambiamento politico, economico e sociale, sia su piano interno che esterno. È probabile che soltanto il futuro potrà aiutarci a rispondere queste domande, osservando il resultato di finale di questi avvenimenti.

1. “Comunicare” come fatto intrinsecamente umano:
L’uomo è, per sua stessa natura, un essere in relazione. Questa dimensione ci pone inevitabilmente nella necessità di comunicare con coloro che ci circondano. Una condizione importante per farlo efficacemente è conoscersi e saper ascoltare la propria dimensione interiore, a maggior ragione nel momento in cui ciò che vogliamo trasmettere assume profili più complessi.
Comunicare allora non è un semplice trasferimento di informazioni, ma è l’atto fondativo del vivere insieme. Ciò che comunichiamo con parole, gesti e atteggiamenti definisce la nascita e la crescita di rapporti personali e sociali.
Inoltre, il modo in cui comunichiamo influenza la percezione che le persone hanno di noi, così che negli incontri e nelle relazioni, almeno inizialmente e ad un livello più superficiale, ciò che comunichiamo coincide con ciò che siamo
agli occhi dell’altro. Quindi, per creare relazioni autentiche, occorre che la semplice comunicazione diventi dialogo: non una mera somma delle informazioni scambiate, ma la generazione di qualcosa di nuovo come un’idea,
un’emozione, un legame.
Dunque dialogare coinvolge l’interezza della nostra persona, fornendoci grandi possibilità di crescita, personale e relazionale. Tuttavia, non si tratta di un processo automatico ed è necessario prestare grande attenzione anche alle potenziali incomprensioni che possono risultare se non riconosciamo e rispettiamo le differenze che ci separano dal nostro interlocutore, siano esse culturali, linguistiche, caratteriali o di vissuto.
Inoltre, dialogare in modo sincero e trasparente è difficile e spesso molto faticoso. Dobbiamo fare i conti con le numerose tentazioni che ci trattengono da un dialogo costruttivo con l’altro: la vergogna, il pregiudizio, la paura del confronto (oggi ancor più amplificata dai nuovi media digitali), la mancanza di fiducia o la volontà di imporre il proprio punto di vista.
Quindi, comprendere i meccanismi della comunicazione e del dialogo rappresenta il primo passo per riflettere sulle dinamiche sociali che coinvolgono famiglie, comunità cittadine, popoli e l’intera famiglia umana.
2. “Comunicare” come fatto sociale e fondativo della cittadinanza:
Se la comunicazione passa dall’ascolto, è qui che si gioca la possibilità di costruire comunità in relazione, aperte allo scambio e al sostegno reciproco.
Attraverso l’incontro, l’uomo scopre ciò che è diverso da sé e prende coscienza dei punti in comune, di ciò che lo rende umanamente simile all’altro. Per questo motivo lavorare all’edificazione di comunità complesse (dalla famiglia,  alle città, agli Stati) passa dalla partecipazione alla vita di queste, dando spazio a tutti e ciascuno per far sentire la propria voce, indipendentemente dalle condizioni sociali, economiche e religiose.
In questo, lo sviluppo dei mezzi di comunicazione, delle capacità di utilizzarli e di interpretazione critica si configurano sempre più come elementi centrali del vivere sociale. Nell’era dei social network chiunque è creatore di contenuti, un attore attivo che diffonde messaggi, idee, fatti personali e commenti. Questa circostanza ha minato gli storici “mediatori” dell’informazione, come giornali e tv, che avevano il compito di fornire una sintesi organizzata dei fatti, stabilendone priorità e aiutando gli utenti a formarsi un’opinione. Oggi ogni cittadino è coinvolto in questo processo ed ha perciò la grande responsabilità, anche etica, di contribuire al dibattito pubblico in modo positivo.
A fare da contraltare alle incredibili – fino solo a pochissimi anni fa – possibilità dei nuovi mezzi di comunicazione, vi sono tuttavia notevoli rischi.
Infatti, l’accesso ad un numero elevatissimo di informazioni rischia di risolversi nell’impossibilità di comprendere i complessi meccanismi sottostanti ai grandi mutamenti politici, sociali ed economici e di formare un pensiero critico su di essi. In altri termini, il rischio è quello di creare una società senza memoria, in cui la verità è decisa dal numero di sostenitori e non dai fatti, in cui ogni opinione è strozzata dall’urlo della folla.
La grande diffusione dei social network ha poi amplificato le possibili disconnessioni tra identità “reali” e “virtuali”: online è possibile decidere cosa condividere della propria vita e come presentarsi, dando agli altri spesso un’immagine distorta e parziale delle nostre vite.
In questo scenario, la dinamica di educazione al dialogo e all’ascolto diventa la più grande arma per contenere al massimo i rischi e far risaltare le nuove opportunità.
Se si alza lo sguardo al livello politico ed economico, la comunicazione è oggi uno strumento strategico (talvolta pericoloso) per veicolare consenso intorno a idee, obiettivi e prodotti. Occorre però guardarne anche le potenzialità, ad esempio nel creare una sempre maggiore consapevolezza riguardo a grandi sfide dell’umanità (si pensi alla salute o alla tutela dell’ambiente), o nel condividere percorsi verso la costruzione di pace. Proprio sotto questo punto di vista, la comunicazione in forma di dialogo è uno degli strumenti più complessi da utilizzare in caso di controversie, ma può portare a soluzioni capaci di accogliere diversità e punti in comune.
3. “Comunicare” la religione:
La comunicazione, l’ascolto e il dialogo sono alla base anche dell’esperienza religiosa, specialmente nel caso delle tre religioni “del libro”, in cui Dio fornisce al suo popolo uno strumento di ascolto e preghiera. Nella tradizione biblica, il popolo d’Israele vi viene più volte invitato: “Ascolta Israele” e ancora “questi precetti […] li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando sarai seduto in casa tua, mentre camminerai per via, quanto ti coricherai e quando ti alzerai” (cfr. Deuteronomio 6, 4-7). Inoltre, la relazione non è unidirezionale: “Egli [Allah] è Colui che ascolta e osserva tutto” (cfr. Corano XVII, 1).
Nella nostra frenetica modernità, intessere una paziente, profonda e duratura relazione con Dio attraverso la preghiera rappresenta una grande sfida e necessità. Infatti, nutrire la propria dimensione verticale è imprescindibile per riuscire a creare “vicinanza” col prossimo e diverso da me, per combattere le tentazioni che ci impediscono di dialogare e creano distanza, incomprensione e conflitto.
Allo stesso tempo, le Religioni si trovano di fronte ad una grande sfida comunicativa: da una parte vi è la necessità di tramandare la grande ricchezza di tradizioni, valori ed usanze proprie delle Religioni e delle culture in cui esse si sono sviluppate; dall’altra, la necessità di adattarsi ai nuovi mezzi e modalità di comunicazione, affinché essa risulti efficace, soprattutto nei confronti delle giovani generazioni.
Raccogliere con coraggio questa sfida rappresenta un elemento imprescindibile per arginare i fondamentalismi di ogni colore e credo che prendono sempre più piede in tante parti del mondo. Abbiamo bisogno di far giungere un messaggio di accoglienza, pace e speranza in contrapposizione ai messaggi di odio e distruzione di chi proclama, mentendo, di ispirarsi a precetti e sentimenti religiosi.
Progredire nel dialogo tra le Religioni rimane comunque la sfida più grande. Un dialogo che, in quanto tale, rispetti le specificità e le diversità di ciascuno, ma che al tempo stesso ci faccia riconoscere fratelli. Un dialogo che generi semi pace ed amicizia e che rappresenti un faro di speranza per un’umanità che troppo spesso sembra aver perso la rotta.

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