E’ disponibile il nuovo numero di Prospettive – Foglio di collegamento degli amici della “Vela” e del “Cimone”.

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Formarsi in vista del servizio educativo

da Prospettive 140
2° trimestre 2012

Il momento della crisi, economica ma prima ancora culturale, ci spinge a dare sempre maggior rilevanza politica e pratica agliaspetti finanziari. Ma proprio mentre siamo spinti a pensare che, ora più che mai, niente sia in regalo, rinasce il fascino della gratuità, di un servizio che sempre si rinnova. Un servizio che coinvolge tutti gli ambiti della nostra vita, dalla politica alla famiglia, fino alla missione educativa. Pensiamo infatti che prima di essere servitori veniamo serviti, prima di essere educatori siamo educati: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt. 10, 8). Questa gratuità preziosa si fa desiderio e necessità di donare agli altri ciò che si è ricevuto, ma nulla si può donare se prima non ci si è aperti a ricevere; infatti fare dono di sé è un atto intimo e profondo che non si può improvvisare, poiché richiede una apertura e una disponibilità totale, in cui ogni capacità e carisma viene messo al servizio dell’altro e niente viene risparmiato o tenuto per sé. Fondamentale è, dunque, la dedizione, una dedizione che nasce non solo dalla coerenza e dalla gratitudine, ma che si fa responsabilità ed esigenza di formazione. Ed è proprio la relazione fra dono di sé e formazione che intendiamo mettere al centro di questo numero di Prospettive, ormai prossimi all’avvio dei campi estivi. Prepararsi a dare significa anzitutto formarsi, e per farlo crediamo sia necessario avere una mente giovane, capace di lasciarsi provocare dalla realtà e di saper cogliere e sfruttare le numerose possibilità del mondo in cui viviamo. La formazione non è poi una semplice raccolta di informazioni, ma è piuttosto un continuo rinnovamento della propria mente, capace di essere elastica ed aperta. E’ acquisizione di strumenti che permettano di leggere ed interpretare la realtà con un occhio attento, necessario per trovare risposte e soluzioni nuove, creative.

Formarsi nella contemplazione

Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti” (Lc 5, 37).

L’otre nuovo è il nostro cuore all’ascolto della Parola di Dio: la contemplazione è primo motore del servizio e della vita cristiana. E’ questa la prima e fondamentale dimensione per un educatore, che è essenzialmente un “uomo d’azione”; i più grandi uomini d’azione sono stati prima di tutto dei grandi contemplativi, poiché è proprio nel silenzio e nel sapersi fermare ad ascoltare che si trovano la forza, il conforto, l’ispirazione ed il discernimento necessari a saper accogliere la storia con le sue problematiche e le sue sfide, e a saperla orientare. Come scriveva La Pira nel 1964 all’amico Fanfani: “il problema storico e politico fondamentale per un cristiano è questo: prendere coscienza del tempo storico in cui si trova, della stagione storica in cui si trova, della giornata storica in cui si trova, come il contadino prende coscienza della stagione in cui si trova, per aiutarla a svolgersi, per aiutare il piano di Dio ad avere attuazione, cioè prendere coscienza della volontà di Dio, del piano di Dio, accettarlo ed operare, pregando, riflettendo, agendo per esso”. E’ da qui che occorre partire: da un rapporto quotidiano con la Parola non solo come conoscenza di contenuti ma come riflessione e stimolo costante che, anche attraverso il metodo della Lectio Divina, la rende viva in ciascuno di noi. E’ dunque attingendo da questo rapporto con Dio che un educatore, e più in generale un laico, realizza pienamente quella che è la sua vocazione: “a loro [ai laici] quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore” (Lumen Gentium 31).

Formarsi nella comunità

Crediamo profondamente che l’ascolto della Parola di Dio ci faccia comunità nel momento in cui si percepisce la vita cristiana come legata non solo al rapporto intimo con Dio, ma aperta a ciò che ci circonda, a quell’insieme eterogeneo (“non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” Gv. 15, 16) tutto permeato dall’appartenenza alla comunità che è Chiesa, corpo di Cristo sulla terra. Da questa esperienza viva di appartenenza nasce la comunione che ci fa vero specchio del volto di Dio. Una comunione che spinge verso l’altro, il prossimo, anche fuori dalla Chiesa stessa. Riteniamo importante che questa dimensione di apertura, di comunità venga sperimentata da chi vuol essere educatore, diventi così la spina dorsale del suo stile di vita: vivere in comunione “affinché l’apostolato non sia esibizione di me, ma irradiazione del Tuo amore.” (Preghiera dell’Educatore)

Formazione e testimonianza

Crediamo che a partire da tutto questo nasca il desiderio di essere testimoni dell’Amore di Dio, in un’opera di formazione continua che diventa il fulcro del nostro agire quotidiano. La formazione non è infatti una semplice capacità prestabilita, ma è contemporaneamente responsabilità e dedizione, è libertà di volersi aprire al confronto con l’altro. L’ascolto che si fa dialogo alla scoperta dell’altro è un elemento che estende le frontiere, arricchisce donando una vista sempre rinnovata, che riesce a cogliere l’altro alla luce di valori ricevuti mediante la Parola, la contemplazione e l’appartenenza alla Chiesa. Siamo certi che la testimonianza non sia unilaterale, ma sia dialogo e al contempo frutto e continuazione di questa tensione formativa. Chiunque testimonia nel servizio, e specialmente nel servizio educativo, sperimenta che “è donando che si riceve” (Preghiera Semplice), e che per essere pronto a ricevere è necessario coltivare una formazione che renda capaci di confrontarsi con le sfide che il nostro tempo ci propone, rimanendo comunque saldi nelle proprie radici; una formazione che non ci faccia mai “sentire arrivati”, ma essere sempre disponibili a lasciarci provocare, stupire da una realtà che cambiando ci arricchisce sempre. Così l’educatore si fa testimone di verità, non dona solo sé stesso, le proprie esperienze i propri principi e valori, ma qualcosa di più grande e bello: il Vangelo non più come lettera morta ma come fuoco vivo; un messaggio contagioso che irradia dalla sua vita, dai suoi comportamenti e dalle sue attenzioni. Il servizio educativo dell’Opera riflette questa esigenza di una formazione continua ed aperta al dono di sé e, attraverso l’attività invernale, ci porta a viverla compiutamente nell’educazione dei più giovani all’interno dei campi estivi che anche quest’anno stanno per iniziare.

da Prospettive 140
2° trimestre 2012
Editoriale

«Fratelli, come il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le
membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo.
E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per
formare un solo corpo» (1 Cor 12, 12-13)

da Prospettive 161, Editoriale
terzo trimestre 2017

 

Dopo il Sinodo del 2015, dedicato alla Famiglia, la Chiesa prosegue il proprio cammino dedicando ai giovani un Sinodo nel 2018. Il documento preparatorio pone da subito un esempio “alto”, un riferimento impegnativo: l’apostolo Giovanni, il più giovane dei dodici, quello che trova ristoro poggiando il capo sul petto del Cristo, che accompagna ed è accompagnato da Pietro. Egli è stato anche colui che più da vicino ha assistito e partecipato al dolore e alla Passione del suo Maestro, fino a trovarsi sotto la croce con Maria. È questa la peculiarità dei giovani, ciò che li porta a distinguersi dagli altri e ad essere portatori di cambiamento: un estremo coinvolgimento, diretto e in prima persona, nelle vicende anche più crude e destabilizzanti. In un periodo storico, quindi, colmo di incertezze e sfide e paure, a questo siamo chiamati noi giovani e a questo ci chiama la Chiesa, ad essere testimoni della parola di Cristo, e ad essere parte viva, sensibile e aperta al cambiamento della Comunità Cristiana. Proprio in un momento in cui il mondo ci mette da parte, ci relega in un limbo tra “troppo” (troppo specializzato, troppo qualificato, troppo giovane…) e “non abbastanza” (non abbastanza esperienza, non abbastanza indipendenza…), è la Chiesa a tornare a volgere non solo uno sguardo, ma una chiamata ai giovani, una chiamata di partecipazione e responsabilità che si spera non rimanga inascoltata, e che dia effettivo spazio di azione. All’interno di una crisi che pare infinita, pochi sono i punti di riferimento, grande la confusione e il timore di sbagliare nello scegliere la propria strada. Sempre più si parla di adolescenti fragili e persone incapaci di prendere in mano la propria vita, e il rischio di trovare adulti pronti a puntare il dito dall’alto dei loro scranni porta molti ragazzi a rinchiudersi, a rifuggire il dialogo. Per questo la Chiesa sente forte l’urgenza di tornare ad essere guida, ma per fare ciò è fondamentale imparare a comunicare, a conoscere disagi e problematiche. Purtroppo, questo riesce molto più a livello locale che non istituzionale. Molte sono le parrocchie e i gruppi in cui gli educatori e i parroci si prodigano per offrire alternative che arricchiscano e testimonino altro, che insegnino la Parola e come viverLa. Troppo spesso, invece, sembra che a livello ufficiale si arrocchi in una formalità sterile, incapace di comunicare entusiasmo o di essere testimoni della vita al servizio di Gesù e dell’Amore, che tanto colpisce se vissuta in pienezza. La Chiesa dovrà quindi impegnarsi a uscire, ma anche e soprattutto a essere testimone forte ed entusiasta del messaggio di Cristo. Questo compito coinvolge tutti, dal Papa all’educatore del piccolo paese di provincia. Nessuno più dei giovani, anche coloro che sembrano più refrattari, è insensibile a un messaggio passato attraverso l’esempio di uno stile di vita coerente e convinto. Un impegno in più è richiesto ai giovani cristiani, che devono imparare a essere tramite tra chi non sa parlare e chi non riesce ad ascoltare. Una sfida che richiede l’impegno di essere coscienti di sé stessi e del proprio percorso. Per questo la Chiesa invita i giovani a un percorso di discernimento che, attraverso l’ascolto, la riflessione e la scelta, porti ciascun giovane sulla strada che risponde alla propria vocazione. Ciascuno di noi, infatti, possiede un carisma e delle caratteristiche proprie e uniche, e proprio come Giovanni era diverso da Simon Pietro, ciascuno di noi deve trovare il proprio modo per essere testimone. Questo Sinodo rappresenta una grande opportunità e una sfida altrettanto grande per i giovani: è l’occasione di far sentire la propria voce, di denunciare quelle che sono percepite come mancanze, di valori o di guide. È anche l’occasione di fare proposte, di raccontare la Chiesa in cui vogliamo vivere e di cui facciamo parte, come vogliamo trasformarla con la nostra azione. È un’occasione per essere ascoltati, e l’errore più grande sarebbe tacere. Abbiamo bisogno di tornare a credere che siamo portatori di vita e di cambiamento. È proprio con l’intenzione di aiutare il cammino sinodale dando voce ai giovani, interrogandoli sul loro rapporto con la fede e la Chiesa, che Prospettive ha voluto rendere corale questo editoriale, raccogliendo la testimonianza di ragazze e ragazzi che partecipano, a vari livelli, all’attività educativa dell’Opera.

Cosa significa per te essere parte della Chiesa?

Sara, 20 anni

Essere parte della Chiesa significa innanzitutto essere parte di una comunità dove è possibile condividere con gli altri le proprie vittorie, le proprie sconfitte, ma soprattutto la propria fede. Significa avere un punto di riferimento sul quale contare in ogni momento della nostra vita, e quindi non essere mai soli. Far parte della chiesa vuol dire dare agli altri ma non per forza per ricevere qualcosa in cambio. Il nostro compito è in particolare quello di impegnarci a trasmettere i valori della chiesa attraverso i gesti e le azioni che compiamo nella nostra quotidianità.

Gioele, 28 anni

Essere parte della Chiesa significa per me essere chiamato ogni giorno a testimoniare Gesù e la sua parola nella quotidianità. Assumermi l’impegno di esserne un testimone responsabile e credibile per la comunità. Essere parte della Chiesa è capire che posso essere testimone soltanto aprendomi all’altro; se riesco ad aprire il mio cuore all’altro, a tenere lontani l’egoismo e la rabbia, a perdonare, così come Dio ci perdona – allora – sento di essere Chiesa.

Come vorresti che la Chiesa accompagnasse le tue scelte di vita nel tuo cammino di fede?

Pietro, 17 anni

Vorrei che in qualche modo si facesse più presente. Al Verso il Sinodo sui giovani Giovani partecipanti alla GMG di Cracovia 2 3 giorno d’oggi è raro trovare il tempo per riflettere per bene riferendosi al Vangelo. Siamo bombardati, noi giovani, da pubblicità, social network e tante attività. Siamo troppo occupati. E quasi mai pensiamo: “Guarda, forse c’è Dio.” Almeno questa è la mia esperienza. È bello, invece, quando i giovani trovano tempo per incontrarsi al dopocresima o a raduni in cui Dio, Gesù, sono il tema centrale, e insieme riflettono, discutono e si divertono. Ma anche quando semplicemente chiacchieriamo, con la mente libera, d’estate. Ed ecco che da lì può aprirsi uno squarcio capace di cambiare le scelte di vita, e il modo di pensare. Magari, i parroci potrebbero rendersi disponibili anche a fare solo una chiacchierata, andando loro a cercare le persone, senza aspettare che siano loro ad entrare in una chiesa. Rendendosi più disponibili in modo concreto. Da parte mia, io sarei, credo come molti altri, piuttosto dubbioso nell’andare da solo a suonare al campanello della parrocchia senza mai esserci entrato, o anche frequentandola poco. Ci deve essere qualcuno che ci porga la mano in modo disponibile e sincero, senza pretendere niente, anche solamente parlando di qualcosa; altrimenti si rischia di perdersi. E, grazie alla mia esperienza con l’Opera, ho visto come questo sia possibile. Magari si potrebbero promuovere attività come gite, raduni, incontri insieme agli amici o solo a tu per tu con un sacerdote, in modo tranquillo e confidenziale, come con un amico. Far capire ai ragazzi che c’è anche dell’altro.

Miriam, 17 anni

In parte la Chiesa già accompagna le mie scelte; cerco di seguire il più possibile i suoi valori, anche se a volte questi si allontanano un po’ da quelli che sono proposti dalla società. Diventa sempre più difficile essere quindi un “giovane cristiano” in questo momento. Vorrei quindi che la Chiesa accompagnasse con entusiasmo le mie scelte, anche se a volte non aderiscono perfettamente al suo insegnamento, cercando di promuovere il più possibile progetti mirati al mio futuro e alla mia crescita.

Quale direzione vorresti che la Chiesa prendesse per aiutare il futuro dei giovani?

Sara, 25 anni

A mio avviso, il modo con cui la Chiesa può accompagnare il cammino e aiutare il futuro dei giovani è star loro accanto, offrire loro occasioni di riflessione e di discernimento che difficilmente possiamo trovare altrove ma soprattutto aiutarli a valorizzare il rapporto personale con Dio e con i membri della Chiesa; a volte si pensa che i giovani d’oggi non siano desiderosi di mettersi in ascolto o di mettersi al servizio ma in realtà è proprio quello di cui hanno bisogno!

da Prospettive 161, Editoriale
terzo trimestre 2017

da Prospettive 162
quarto trimestre 2017

“Il La Pira operatore di pace è semplicemente il La Pira che ha capito che la pace la si persegue costruendo a livello globale una città degli uomini fondata sulla giustizia e sulla libertà, perché c’è un unico bene comune universale che appartiene all’intera famiglia dei popoli.”
Marco Giovannoni

Care amiche e cari amici,

parlare di La Pira qui a Chiusi, preparandosi a passare una notte di preghiera e cammino verso il santuario de La Verna ci offre un’occasione assolutamente unica, credo, anche per  andare al cuore della personalità di La Pira, che stasera vogliamo ricordare a quaranta anni dalla morte. Anzi addirittura questa festa delle stimmate ci permette di fare esperienza della stessa sorgente da cui sono scaturite le scelte, il pensiero e le azioni di Giorgio La Pira.
Le stimmate di Francesco, infatti, rappresentano in maniera visibile una realtà cui siamo chiamati tutti, anzi una realtà che ci appartiene in virtù del nostro battesimo: la partecipazione alla morte del Signore Gesù per risorgere con Lui alla vita nuova. Un fatto non solo simbolico, ma sacramentale e quindi una chiamata concreta, esistenziale, esperienziale, ecclesiale. Una vocazione che interpella la nostra libertà e la nostra capacità di amore. 
Vi è un’esperienza profondissima che lega La Pira a La Verna e alle stimmate di Francesco, una esperienza di vita e quindi autenticamente spirituale.

Giuseppe Dossetti ricordando La Pira nel decimo anniversario della morte iniziava il suo discorso con una citazione di san Paolo che riporto per intero:

Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati: siamo sconvolti, ma non disperati, perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, poiché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti noi che viviamo siamo consegnati alla morte a causa (per amore) di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale” (1 Cor, 4,8-11).

Ebbene, Dossetti, pensando a La Pira commentava questi versetti così:

credo che nessun’altra parola possa meglio rendere conto della persona e della vita di un uomo la cui esperienza globale può e deve essere riassunta, a mio avviso, come esperienza di dolore e di morte del suo io empirico e insieme esperienza in sé della vita e della gioia traboccante del Cristo Risorto

La vicenda di La Pira si riassume, quindi in questi due aspetti: nel dolore e nella morte dell’io empirico, nella esperienza della vita e della gioia traboccante del Cristo Risorto. Ecco perché la Pira è legato a La Verna:  perché l’esperienza di Francesco e le sue stimmate sono esattamente morte dell’io empirico ed esperienza traboccante di gioia e di vita nell’incontro col Signore Gesù risorto e vivente per sempre, per la vita del Mondo. Certo, questo linguaggio della morte dell’io empirico ci suona abbastanza incomprensibile, e anzi vorrei dire, per certi versi fortunatamente incomprensibile perché vuol dire che certe “mortificazioni” più legate alla paura del peccato e di un dio cattivo che all’esperienza della gioia di Pasqua ci sono estranee. Ma credo che dietro questo linguaggio arcaico vada ricercata una cosa vera e La Pira ce la può suggerire. Infatti nella vita di Giorgio La Pira la morte dell’io empirico (come la chiamava Dossetti) e la gioia della Resurrezione si sono declinate come amore, libertà, sete e fame di giustizia. È quindi attraverso queste tre realtà che voglio raccontarvi un po’ Giorgio La Pira: amore, libertà, sete e fame di giustizia.
La libertà (interiore ed esteriore) di La Pira era così evidente che destabilizzava i suoi interlocutori, chiunque fossero, dall’ultimo barbone di Firenze al papa.  Ma questa libertà, non facile, che richiede fatica, dolore e morte dell’io empirico, trova la sua radice più profonda e più autentica, lo abbiamo capito dalle parole di Dossetti, nell’amore.

A questo punto ci si aspetterebbe forse il racconto della vita di un santo mistico, di un maestro spirituale, di un uomo interamente dedito alla meditazione, alla preghiera e alla contemplazione e invece ci troviamo davanti a un politico! Non un politico mezzo prete, come è stato accusato, ma un politico politico (nonostante fosse anche un mistico vero): uno che faceva le campagne elettorali per vincere le elezioni e che anzi ha sempre vinto le elezioni cui ha partecipato. In realtà per La Pira fare politica fu come una conseguenza necessaria della sua scelta di vivere l’Eucarestia insieme ai poveri tutte le domeniche. Un appuntamento costante, settimanale, con i poveri, nell’esperienza dell’Eucarestia come incontro col Cristo, ma anche con il popolo che lui raduna. Un popolo di fratelli e sorelle, un popolo di eguali, un popolo fatto di persone e di volti, per ciascuno dei quali Gesù ha dato se stesso, non importa quanto sfigurati dalla miseria materiale e morale. Cioè l’esperienza dell’Eucarestia non è solo incontro “religioso” e “devoto” con Gesù, ma anche incontro con gli uomini che il Cristo accoglie in tutte le loro fragilità e povertà ma soprattutto nella loro infinità dignità. La Pira tirava le conseguenze da ciò che vedeva: se il popolo a cui appartengo è questo popolo con cui celebro l’Eucarestia e se a questo popolo appartengono tutte le genti, perché tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza e l’Eucarestia è il cuore misterioso dell’umanità in cammino, allora non mi posso limitare a dare un po’ di pane la domenica. O meglio, la domenica il pane si dà e di quello buono, perché da qualche parte bisogna pur cominciare, ma poi si deve continuare. Ebbene la politica per La Pira è stato semplicemente questo operare conseguente perché il bene comune (cioè, ai suoi tempi, come ai nostri: la casa, il lavoro, la scuola, l’ospedale) fosse più equamente distribuito fra gli uomini e costituisse la necessaria premessa per la libertà di ciascuno, o meglio per il difficile cammino di liberazione che mette ciascun uomo in condizioni di vivere una vita di relazione non sottoposta al ricatto della miseria per  gustare (con la grazia di Dio), la bellezza, la poesia, l’amicizia, la gratuità, la solidità dei rapporti familiari e poi anche la preghiera, la liturgia, l’unione con Dio.
La politica quindi sgorga dall’Eucarestia e si manifesta prima di tutto come fame e sete di giustizia per i poveri, costruzione della città degli uomini in cui si lotta perché una porzione del bene comune sia attribuita a quelli che ne sono stati privati da un sistema economico e sociale ingiusto. La politica, cioè, è prima di tutto mettersi dalla parte dei poveri.

E però La Pira è riuscito a vivere la politica come la beatitudine di colui che ha fame e sete di giustizia, perché è stato un uomo estremamente libero! E’ riuscito cioè a dominare l’istinto di affermazione di se stesso, di controllo degli altri, di sete di potere e di ricchezza (questo ciò che Dossetti chiamava la morte dell’io empirico) di cui ciascun uomo (anche La Pira, san Francesco, ciascuno di noi) fa esperienza.
Solo un uomo sovranamente libero poteva riuscire, una volta diventato Sindaco di Firenze, a requisire le case sfitte per darle agli sfrattati, a occupare le fabbriche insieme agli operai licenziati, a costruire interi quartieri, oltre che a rifare ponti, strade, scuole. Ci sarebbe da parlare a lungo e non è possibile.
Ho pensato però fosse importante parlavi di un La Pira politico in senso stretto, e da dove sgorgasse la politica di La Pira, perché  se non si tiene conto di questo non si capisce neanche il La Pira operatore di pace, il La Pira francescano che va disarmato dal Sultano d’Egitto (Nasser) o nel cuore dell’Unione Sovietica atea e persecutrice della Chiesa. Non si capisce neanche il La Pira del dialogo interreligioso. Il La Pira operatore di pace, infatti, è semplicemente il La Pira che ha capito che la pace la si persegue costruendo a livello globale una città degli uomini fondata sulla giustizia e sulla libertà, perché c’è un unico bene comune universale che appartiene all’intera famiglia dei popoli.

Ecco, e concludo, la terrazza de La Verna, da cui La Pira spesso partiva per i suoi viaggi di pace. La Verna, con la sua – scusatemi il parolone – concentrazione cristologica, è una terrazza perché mostra in prospettiva l’orizzonte del dialogo con gli altri, in particolare con le altre religioni (Francesco che va dal sultano). Non un orizzonte folcloristico e nemmeno dottrinario (per far contento qualche teologo), ma l’orizzonte concreto della costruzione della città degli uomini secondo il sogno di Dio, una città giusta e quindi pacifica.
Un’intuizione simile l’ha avuta, ma in questo è stato davvero capito da pochi, Giovanni Paolo II che non a caso volle riunire i rappresentanti di tutte le religioni ad Assisi per pregare per la pace. Un’intuizione simile anima papa Francesco!
Per noi, credo, ne derivi un compito: siamo davanti ad una scelta, ad un bivio:  possiamo lasciare che i profeti di sventura (quelli che gridano allo scontro di civiltà, come quelli, ancora più numerosi, che credono che debba esistere una sola civiltà) trasformino questo mondo dalle molte religioni in un contrasto continuo dove alimentare le paure e le guerre; possiamo impegnarci perché attraverso il dialogo questo mondo plurireligioso diventi più giusto e quindi più pacifico. La sfida è a misura del nostro vivere quotidiano e delle nostre aspirazioni più grandi e profonde.

Io credo che stasera La Pira ci inviti a pensare alle stimmate di Francesco come all’offerta che è data a ciascuno di noi di rinunciare a ciò che ci impedisce di essere giusti, liberi e innamorati e per credere che la forza della Resurrezione di Cristo ha una sua incidenza storica che fiorisce grazie a tutti quelli che credono che avere costantemente sete e fame della giustizia sia una beatitudine cui non rinunciare e un destino grande per cui vale la pena di vivere la vita in pienezza.

Marco Giovannoni

da Prospettive 162
quarto trimestre 2017

L’accoglienza tra relazione e paure

“Il dialogo nasce da un atteggiamento di rispetto verso un’altra persona,
dalla convinzione che l’altro abbia qualcosa di buono da dire; presuppone
fare spazio, nel nostro cuore, al suo punto di vista, alla sua opinione e
alle sue proposte. Dialogare significa un’accoglienza cordiale e non una
condanna preventiva. Per dialogare bisogna sapere abbassare le difese,
aprire le porte di casa e offrire calore umano”
(Papa Francesco, Il cielo e la terra)

 

“Accogliere” sembra, oggi, divenuto un termine divisivo, secondo il quale classificare l’appartenenza politica, se non partitica, dei cittadini a seconda di come essi si approcciano all’accoglienza e alle sue conseguenze politiche, economiche e sociali. Certo è che l’accoglienza rappresenta uno dei grandi temi del nostro tempo e le azioni, politiche e sociali, che la caratterizzeranno oggi avranno importanti conseguenze per il tipo nella costruzione della comunità del prossimo futuro. Proprio per queste ragioni riteniamo che il dibattito attuale sull’accoglienza sia parziale, fuorviante e insufficiente ad affrontare in maniera seria e costruttiva le sfide del tempo presente. Dunque, stimolati dalle esperienze vissute durante la Tre Giorni svoltasi a Palermo lo scorso ottobre, abbiamo sentito la necessità di approfondire questo tema, cercando di offrire una visione di più ampio respiro e, allo stesso tempo, riflessioni che tocchino la quotidianità di ciascuno come cittadino e come cristiano. In particolare ci siamo interrogati sul senso profondo di questo gesto e sul ruolo che noi cristiani siamo chiamati a svolgere in un momento storico in cui la capacità di saper accogliere risulta certamente decisiva. La nostra riflessione si sviluppa, innanzitutto, dalla premessa fondamentale di non considerare l’accoglienza solo con riferimento a persone necessariamente diverse e distanti da noi, siano queste i poveri, gli emarginati, o i migranti. Essi sono oggi proposti, in modo quasi ossessivo, dai mezzi di comunicazione come gli unici soggetti verso cui rivolgerci. In realtà, siamo convinti che l’accoglienza nasca ben prima e debba essere diretta a tutti, vicini e lontani, in un continuo sforzo di ricerca delle povertà e debolezze di chi ci sta accanto.

Che cosa significa però accogliere? Siamo soliti immaginare questo gesto come un atto di compassione di un soggetto, in posizione di forza, nei confronti di qualcuno più debole, quasi come si trattasse di una gentile concessione. In realtà chi accoglie rende partecipe di qualcosa di proprio, si offre, si spalanca verso l’altro diventando un tutt’uno con lui; la piena accoglienza nasce infatti come un movimento simmetrico, un gesto che pone in discussione entrambe le parti e che, come tale, richiede innanzitutto una piena consapevolezza di se stessi. Papa Francesco, all’interno della Evangeli Gaudium, sottolinea la necessità di un’apertura verso l’altro che non può prescindere dal mantenersi fermi nelle proprie convinzioni più profonde, con identità “chiara e gioiosa”, aperta alla comprensione dell’altro: accogliere dunque ma senza dover, per questo, rinnegare ciò che siamo. Ed è forse proprio la paura di dover rinunciare a qualcosa di se stessi, come ai propri progetti o alle proprie abitudini, per far posto all’altro, che ci spaventa e ci limita. Diventa così essenziale, in ciascuna relazione in cui siamo chiamati ad accogliere, interrogarsi su quali siano i timori che proviamo nello stabilire una relazione con un’altra persona, saper ricercare se vi siano motivazioni reali ed oggettive che ci impediscano di accettare pienamente questa sfida; così facendo ci potremmo rendere conto che spesso siamo di fronte a paure irrazionali. Per giungere a tale consapevolezza è inevitabile interrogarsi sulle reali ragioni che stanno alla base del nostro accogliere; non è semplice comprendere se la nostra apertura verso l’altro nasca come un atto di pietà e rispetto nei confronti della persona o se vi siano ragioni più profonde alla base di questo sforzo, di questa tensione. Questo è quello che richiede una reale accoglienza, l’invito a porsi continuamente in discussione, a ricalcolare costantemente il percorso della nostra vita: aprirsi all’altro per rinnovare la nostra routine, farci uscire dalla nostra zona di comfort ed arricchire la nostra vita. Riusciamo davvero a non rimanere indifferenti all’altro, ad essere realmente interessati alla condizione di chi ci troviamo accanto? Crediamo davvero alla necessità di fermarci e farci “toccare” da esso? Sappiamo quindi trovare lo spazio ed il tempo per concretizzare questo interesse? L’obiettivo, che certamente non saremmo sempre in grado di raggiungere, è quello di un’accoglienza che supera la semplice, seppur sacrosanta, buona educazione. Chiaro esempio è la relazione tra due amici, che non hanno più bisogno di regole di buon costume, limitazioni e vincoli ma si accolgono con la naturalezza che tale vicinanza comporta. La ricerca della vera motivazione che ci sostiene nella relazione con l’altro a noi prossimo, ed in modo ancor più eclatante con il povero o l’emarginato, non può essere solo il frutto di una buona condotta o di un atto di buon costume. Accogliere da un punto di vista cristiano significa amare l’altro come se stessi, saper riconoscere il Corpo di Cristo che si lascia ritrovare nei volti e nelle persone dei fratelli più deboli: questa è la vera ricchezza dell’accoglienza, l’opportunità unica ed irripetibile che il contatto con l’altro può donarci. Vissuta in quest’ottica l’accoglienza è davvero un dono irrinunciabile per entrambe le parti, non un gesto compiuto da qualcuno e passivamente accettato dall’altro. Una chiara consapevolezza del motivo che ci porta ad aprirci all’altro rappresenta anche uno scopo di primaria importanza per la vita ed il futuro delle nostre associazioni; ci è infatti richiesto un profondo esame di coscienza e di autocritica: sappiamo davvero essere comunità accoglienti? Sappiamo far vivere le persone all’interno delle nostre realtà ecclesiali come fratelli pienamente inseriti nel contesto o più spesso li percepiamo come dei semplici componenti di un ingranaggio?

Comprendendo che l’incontro con l’altro, seppur lontano e diverso da noi, e di conseguenza anche l’incontro con Dio, sono il fine più vero dell’accoglienza, saremmo in grado di creare comunità aperte e coese, accomunate dalla stessa identica ricerca. Prendiamoci dunque l’impegno di creare occasioni d’incontro e di accoglienza nelle nostre comunità e, soprattutto, non limitiamoci a parlarne perché l’accoglienza è una concreta scelta di vita che non si limita ad adesioni ad idee astratte o a mere dichiarazioni.

da Prospettive 162, Editoriale
4° trimestre 2017