“Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date”

Formarsi in vista del servizio educativo

da Prospettive 140
2° trimestre 2012

Il momento della crisi, economica ma prima ancora culturale, ci spinge a dare sempre maggior rilevanza politica e pratica agliaspetti finanziari. Ma proprio mentre siamo spinti a pensare che, ora più che mai, niente sia in regalo, rinasce il fascino della gratuità, di un servizio che sempre si rinnova. Un servizio che coinvolge tutti gli ambiti della nostra vita, dalla politica alla famiglia, fino alla missione educativa. Pensiamo infatti che prima di essere servitori veniamo serviti, prima di essere educatori siamo educati: “gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt. 10, 8). Questa gratuità preziosa si fa desiderio e necessità di donare agli altri ciò che si è ricevuto, ma nulla si può donare se prima non ci si è aperti a ricevere; infatti fare dono di sé è un atto intimo e profondo che non si può improvvisare, poiché richiede una apertura e una disponibilità totale, in cui ogni capacità e carisma viene messo al servizio dell’altro e niente viene risparmiato o tenuto per sé. Fondamentale è, dunque, la dedizione, una dedizione che nasce non solo dalla coerenza e dalla gratitudine, ma che si fa responsabilità ed esigenza di formazione. Ed è proprio la relazione fra dono di sé e formazione che intendiamo mettere al centro di questo numero di Prospettive, ormai prossimi all’avvio dei campi estivi. Prepararsi a dare significa anzitutto formarsi, e per farlo crediamo sia necessario avere una mente giovane, capace di lasciarsi provocare dalla realtà e di saper cogliere e sfruttare le numerose possibilità del mondo in cui viviamo. La formazione non è poi una semplice raccolta di informazioni, ma è piuttosto un continuo rinnovamento della propria mente, capace di essere elastica ed aperta. E’ acquisizione di strumenti che permettano di leggere ed interpretare la realtà con un occhio attento, necessario per trovare risposte e soluzioni nuove, creative.

Formarsi nella contemplazione

Nessuno versa vino nuovo in otri vecchi; altrimenti il vino nuovo spaccherà gli otri, si spanderà e gli otri andranno perduti” (Lc 5, 37).

L’otre nuovo è il nostro cuore all’ascolto della Parola di Dio: la contemplazione è primo motore del servizio e della vita cristiana. E’ questa la prima e fondamentale dimensione per un educatore, che è essenzialmente un “uomo d’azione”; i più grandi uomini d’azione sono stati prima di tutto dei grandi contemplativi, poiché è proprio nel silenzio e nel sapersi fermare ad ascoltare che si trovano la forza, il conforto, l’ispirazione ed il discernimento necessari a saper accogliere la storia con le sue problematiche e le sue sfide, e a saperla orientare. Come scriveva La Pira nel 1964 all’amico Fanfani: “il problema storico e politico fondamentale per un cristiano è questo: prendere coscienza del tempo storico in cui si trova, della stagione storica in cui si trova, della giornata storica in cui si trova, come il contadino prende coscienza della stagione in cui si trova, per aiutarla a svolgersi, per aiutare il piano di Dio ad avere attuazione, cioè prendere coscienza della volontà di Dio, del piano di Dio, accettarlo ed operare, pregando, riflettendo, agendo per esso”. E’ da qui che occorre partire: da un rapporto quotidiano con la Parola non solo come conoscenza di contenuti ma come riflessione e stimolo costante che, anche attraverso il metodo della Lectio Divina, la rende viva in ciascuno di noi. E’ dunque attingendo da questo rapporto con Dio che un educatore, e più in generale un laico, realizza pienamente quella che è la sua vocazione: “a loro [ai laici] quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore” (Lumen Gentium 31).

Formarsi nella comunità

Crediamo profondamente che l’ascolto della Parola di Dio ci faccia comunità nel momento in cui si percepisce la vita cristiana come legata non solo al rapporto intimo con Dio, ma aperta a ciò che ci circonda, a quell’insieme eterogeneo (“non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi” Gv. 15, 16) tutto permeato dall’appartenenza alla comunità che è Chiesa, corpo di Cristo sulla terra. Da questa esperienza viva di appartenenza nasce la comunione che ci fa vero specchio del volto di Dio. Una comunione che spinge verso l’altro, il prossimo, anche fuori dalla Chiesa stessa. Riteniamo importante che questa dimensione di apertura, di comunità venga sperimentata da chi vuol essere educatore, diventi così la spina dorsale del suo stile di vita: vivere in comunione “affinché l’apostolato non sia esibizione di me, ma irradiazione del Tuo amore.” (Preghiera dell’Educatore)

Formazione e testimonianza

Crediamo che a partire da tutto questo nasca il desiderio di essere testimoni dell’Amore di Dio, in un’opera di formazione continua che diventa il fulcro del nostro agire quotidiano. La formazione non è infatti una semplice capacità prestabilita, ma è contemporaneamente responsabilità e dedizione, è libertà di volersi aprire al confronto con l’altro. L’ascolto che si fa dialogo alla scoperta dell’altro è un elemento che estende le frontiere, arricchisce donando una vista sempre rinnovata, che riesce a cogliere l’altro alla luce di valori ricevuti mediante la Parola, la contemplazione e l’appartenenza alla Chiesa. Siamo certi che la testimonianza non sia unilaterale, ma sia dialogo e al contempo frutto e continuazione di questa tensione formativa. Chiunque testimonia nel servizio, e specialmente nel servizio educativo, sperimenta che “è donando che si riceve” (Preghiera Semplice), e che per essere pronto a ricevere è necessario coltivare una formazione che renda capaci di confrontarsi con le sfide che il nostro tempo ci propone, rimanendo comunque saldi nelle proprie radici; una formazione che non ci faccia mai “sentire arrivati”, ma essere sempre disponibili a lasciarci provocare, stupire da una realtà che cambiando ci arricchisce sempre. Così l’educatore si fa testimone di verità, non dona solo sé stesso, le proprie esperienze i propri principi e valori, ma qualcosa di più grande e bello: il Vangelo non più come lettera morta ma come fuoco vivo; un messaggio contagioso che irradia dalla sua vita, dai suoi comportamenti e dalle sue attenzioni. Il servizio educativo dell’Opera riflette questa esigenza di una formazione continua ed aperta al dono di sé e, attraverso l’attività invernale, ci porta a viverla compiutamente nell’educazione dei più giovani all’interno dei campi estivi che anche quest’anno stanno per iniziare.

da Prospettive 140
2° trimestre 2012
Editoriale

La Chiesa per i giovani e i giovani per la Chiesa

«Fratelli, come il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le
membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo.
E in realtà noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per
formare un solo corpo» (1 Cor 12, 12-13)

da Prospettive 161, Editoriale
terzo trimestre 2017

 

Dopo il Sinodo del 2015, dedicato alla Famiglia, la Chiesa prosegue il proprio cammino dedicando ai giovani un Sinodo nel 2018. Il documento preparatorio pone da subito un esempio “alto”, un riferimento impegnativo: l’apostolo Giovanni, il più giovane dei dodici, quello che trova ristoro poggiando il capo sul petto del Cristo, che accompagna ed è accompagnato da Pietro. Egli è stato anche colui che più da vicino ha assistito e partecipato al dolore e alla Passione del suo Maestro, fino a trovarsi sotto la croce con Maria. È questa la peculiarità dei giovani, ciò che li porta a distinguersi dagli altri e ad essere portatori di cambiamento: un estremo coinvolgimento, diretto e in prima persona, nelle vicende anche più crude e destabilizzanti. In un periodo storico, quindi, colmo di incertezze e sfide e paure, a questo siamo chiamati noi giovani e a questo ci chiama la Chiesa, ad essere testimoni della parola di Cristo, e ad essere parte viva, sensibile e aperta al cambiamento della Comunità Cristiana. Proprio in un momento in cui il mondo ci mette da parte, ci relega in un limbo tra “troppo” (troppo specializzato, troppo qualificato, troppo giovane…) e “non abbastanza” (non abbastanza esperienza, non abbastanza indipendenza…), è la Chiesa a tornare a volgere non solo uno sguardo, ma una chiamata ai giovani, una chiamata di partecipazione e responsabilità che si spera non rimanga inascoltata, e che dia effettivo spazio di azione. All’interno di una crisi che pare infinita, pochi sono i punti di riferimento, grande la confusione e il timore di sbagliare nello scegliere la propria strada. Sempre più si parla di adolescenti fragili e persone incapaci di prendere in mano la propria vita, e il rischio di trovare adulti pronti a puntare il dito dall’alto dei loro scranni porta molti ragazzi a rinchiudersi, a rifuggire il dialogo. Per questo la Chiesa sente forte l’urgenza di tornare ad essere guida, ma per fare ciò è fondamentale imparare a comunicare, a conoscere disagi e problematiche. Purtroppo, questo riesce molto più a livello locale che non istituzionale. Molte sono le parrocchie e i gruppi in cui gli educatori e i parroci si prodigano per offrire alternative che arricchiscano e testimonino altro, che insegnino la Parola e come viverLa. Troppo spesso, invece, sembra che a livello ufficiale si arrocchi in una formalità sterile, incapace di comunicare entusiasmo o di essere testimoni della vita al servizio di Gesù e dell’Amore, che tanto colpisce se vissuta in pienezza. La Chiesa dovrà quindi impegnarsi a uscire, ma anche e soprattutto a essere testimone forte ed entusiasta del messaggio di Cristo. Questo compito coinvolge tutti, dal Papa all’educatore del piccolo paese di provincia. Nessuno più dei giovani, anche coloro che sembrano più refrattari, è insensibile a un messaggio passato attraverso l’esempio di uno stile di vita coerente e convinto. Un impegno in più è richiesto ai giovani cristiani, che devono imparare a essere tramite tra chi non sa parlare e chi non riesce ad ascoltare. Una sfida che richiede l’impegno di essere coscienti di sé stessi e del proprio percorso. Per questo la Chiesa invita i giovani a un percorso di discernimento che, attraverso l’ascolto, la riflessione e la scelta, porti ciascun giovane sulla strada che risponde alla propria vocazione. Ciascuno di noi, infatti, possiede un carisma e delle caratteristiche proprie e uniche, e proprio come Giovanni era diverso da Simon Pietro, ciascuno di noi deve trovare il proprio modo per essere testimone. Questo Sinodo rappresenta una grande opportunità e una sfida altrettanto grande per i giovani: è l’occasione di far sentire la propria voce, di denunciare quelle che sono percepite come mancanze, di valori o di guide. È anche l’occasione di fare proposte, di raccontare la Chiesa in cui vogliamo vivere e di cui facciamo parte, come vogliamo trasformarla con la nostra azione. È un’occasione per essere ascoltati, e l’errore più grande sarebbe tacere. Abbiamo bisogno di tornare a credere che siamo portatori di vita e di cambiamento. È proprio con l’intenzione di aiutare il cammino sinodale dando voce ai giovani, interrogandoli sul loro rapporto con la fede e la Chiesa, che Prospettive ha voluto rendere corale questo editoriale, raccogliendo la testimonianza di ragazze e ragazzi che partecipano, a vari livelli, all’attività educativa dell’Opera.

Cosa significa per te essere parte della Chiesa?

Sara, 20 anni

Essere parte della Chiesa significa innanzitutto essere parte di una comunità dove è possibile condividere con gli altri le proprie vittorie, le proprie sconfitte, ma soprattutto la propria fede. Significa avere un punto di riferimento sul quale contare in ogni momento della nostra vita, e quindi non essere mai soli. Far parte della chiesa vuol dire dare agli altri ma non per forza per ricevere qualcosa in cambio. Il nostro compito è in particolare quello di impegnarci a trasmettere i valori della chiesa attraverso i gesti e le azioni che compiamo nella nostra quotidianità.

Gioele, 28 anni

Essere parte della Chiesa significa per me essere chiamato ogni giorno a testimoniare Gesù e la sua parola nella quotidianità. Assumermi l’impegno di esserne un testimone responsabile e credibile per la comunità. Essere parte della Chiesa è capire che posso essere testimone soltanto aprendomi all’altro; se riesco ad aprire il mio cuore all’altro, a tenere lontani l’egoismo e la rabbia, a perdonare, così come Dio ci perdona – allora – sento di essere Chiesa.

Come vorresti che la Chiesa accompagnasse le tue scelte di vita nel tuo cammino di fede?

Pietro, 17 anni

Vorrei che in qualche modo si facesse più presente. Al Verso il Sinodo sui giovani Giovani partecipanti alla GMG di Cracovia 2 3 giorno d’oggi è raro trovare il tempo per riflettere per bene riferendosi al Vangelo. Siamo bombardati, noi giovani, da pubblicità, social network e tante attività. Siamo troppo occupati. E quasi mai pensiamo: “Guarda, forse c’è Dio.” Almeno questa è la mia esperienza. È bello, invece, quando i giovani trovano tempo per incontrarsi al dopocresima o a raduni in cui Dio, Gesù, sono il tema centrale, e insieme riflettono, discutono e si divertono. Ma anche quando semplicemente chiacchieriamo, con la mente libera, d’estate. Ed ecco che da lì può aprirsi uno squarcio capace di cambiare le scelte di vita, e il modo di pensare. Magari, i parroci potrebbero rendersi disponibili anche a fare solo una chiacchierata, andando loro a cercare le persone, senza aspettare che siano loro ad entrare in una chiesa. Rendendosi più disponibili in modo concreto. Da parte mia, io sarei, credo come molti altri, piuttosto dubbioso nell’andare da solo a suonare al campanello della parrocchia senza mai esserci entrato, o anche frequentandola poco. Ci deve essere qualcuno che ci porga la mano in modo disponibile e sincero, senza pretendere niente, anche solamente parlando di qualcosa; altrimenti si rischia di perdersi. E, grazie alla mia esperienza con l’Opera, ho visto come questo sia possibile. Magari si potrebbero promuovere attività come gite, raduni, incontri insieme agli amici o solo a tu per tu con un sacerdote, in modo tranquillo e confidenziale, come con un amico. Far capire ai ragazzi che c’è anche dell’altro.

Miriam, 17 anni

In parte la Chiesa già accompagna le mie scelte; cerco di seguire il più possibile i suoi valori, anche se a volte questi si allontanano un po’ da quelli che sono proposti dalla società. Diventa sempre più difficile essere quindi un “giovane cristiano” in questo momento. Vorrei quindi che la Chiesa accompagnasse con entusiasmo le mie scelte, anche se a volte non aderiscono perfettamente al suo insegnamento, cercando di promuovere il più possibile progetti mirati al mio futuro e alla mia crescita.

Quale direzione vorresti che la Chiesa prendesse per aiutare il futuro dei giovani?

Sara, 25 anni

A mio avviso, il modo con cui la Chiesa può accompagnare il cammino e aiutare il futuro dei giovani è star loro accanto, offrire loro occasioni di riflessione e di discernimento che difficilmente possiamo trovare altrove ma soprattutto aiutarli a valorizzare il rapporto personale con Dio e con i membri della Chiesa; a volte si pensa che i giovani d’oggi non siano desiderosi di mettersi in ascolto o di mettersi al servizio ma in realtà è proprio quello di cui hanno bisogno!

da Prospettive 161, Editoriale
terzo trimestre 2017

L’orizzonte del dialogo dalla terrazza de La Verna

da Prospettive 162
quarto trimestre 2017

“Il La Pira operatore di pace è semplicemente il La Pira che ha capito che la pace la si persegue costruendo a livello globale una città degli uomini fondata sulla giustizia e sulla libertà, perché c’è un unico bene comune universale che appartiene all’intera famiglia dei popoli.”
Marco Giovannoni

Care amiche e cari amici,

parlare di La Pira qui a Chiusi, preparandosi a passare una notte di preghiera e cammino verso il santuario de La Verna ci offre un’occasione assolutamente unica, credo, anche per  andare al cuore della personalità di La Pira, che stasera vogliamo ricordare a quaranta anni dalla morte. Anzi addirittura questa festa delle stimmate ci permette di fare esperienza della stessa sorgente da cui sono scaturite le scelte, il pensiero e le azioni di Giorgio La Pira.
Le stimmate di Francesco, infatti, rappresentano in maniera visibile una realtà cui siamo chiamati tutti, anzi una realtà che ci appartiene in virtù del nostro battesimo: la partecipazione alla morte del Signore Gesù per risorgere con Lui alla vita nuova. Un fatto non solo simbolico, ma sacramentale e quindi una chiamata concreta, esistenziale, esperienziale, ecclesiale. Una vocazione che interpella la nostra libertà e la nostra capacità di amore. 
Vi è un’esperienza profondissima che lega La Pira a La Verna e alle stimmate di Francesco, una esperienza di vita e quindi autenticamente spirituale.

Giuseppe Dossetti ricordando La Pira nel decimo anniversario della morte iniziava il suo discorso con una citazione di san Paolo che riporto per intero:

Siamo tribolati da ogni parte, ma non schiacciati: siamo sconvolti, ma non disperati, perseguitati, ma non abbandonati; colpiti, ma non uccisi, portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù, poiché anche la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo. Sempre infatti noi che viviamo siamo consegnati alla morte a causa (per amore) di Gesù, perché anche la vita di Gesù sia manifesta nella nostra carne mortale” (1 Cor, 4,8-11).

Ebbene, Dossetti, pensando a La Pira commentava questi versetti così:

credo che nessun’altra parola possa meglio rendere conto della persona e della vita di un uomo la cui esperienza globale può e deve essere riassunta, a mio avviso, come esperienza di dolore e di morte del suo io empirico e insieme esperienza in sé della vita e della gioia traboccante del Cristo Risorto

La vicenda di La Pira si riassume, quindi in questi due aspetti: nel dolore e nella morte dell’io empirico, nella esperienza della vita e della gioia traboccante del Cristo Risorto. Ecco perché la Pira è legato a La Verna:  perché l’esperienza di Francesco e le sue stimmate sono esattamente morte dell’io empirico ed esperienza traboccante di gioia e di vita nell’incontro col Signore Gesù risorto e vivente per sempre, per la vita del Mondo. Certo, questo linguaggio della morte dell’io empirico ci suona abbastanza incomprensibile, e anzi vorrei dire, per certi versi fortunatamente incomprensibile perché vuol dire che certe “mortificazioni” più legate alla paura del peccato e di un dio cattivo che all’esperienza della gioia di Pasqua ci sono estranee. Ma credo che dietro questo linguaggio arcaico vada ricercata una cosa vera e La Pira ce la può suggerire. Infatti nella vita di Giorgio La Pira la morte dell’io empirico (come la chiamava Dossetti) e la gioia della Resurrezione si sono declinate come amore, libertà, sete e fame di giustizia. È quindi attraverso queste tre realtà che voglio raccontarvi un po’ Giorgio La Pira: amore, libertà, sete e fame di giustizia.
La libertà (interiore ed esteriore) di La Pira era così evidente che destabilizzava i suoi interlocutori, chiunque fossero, dall’ultimo barbone di Firenze al papa.  Ma questa libertà, non facile, che richiede fatica, dolore e morte dell’io empirico, trova la sua radice più profonda e più autentica, lo abbiamo capito dalle parole di Dossetti, nell’amore.

A questo punto ci si aspetterebbe forse il racconto della vita di un santo mistico, di un maestro spirituale, di un uomo interamente dedito alla meditazione, alla preghiera e alla contemplazione e invece ci troviamo davanti a un politico! Non un politico mezzo prete, come è stato accusato, ma un politico politico (nonostante fosse anche un mistico vero): uno che faceva le campagne elettorali per vincere le elezioni e che anzi ha sempre vinto le elezioni cui ha partecipato. In realtà per La Pira fare politica fu come una conseguenza necessaria della sua scelta di vivere l’Eucarestia insieme ai poveri tutte le domeniche. Un appuntamento costante, settimanale, con i poveri, nell’esperienza dell’Eucarestia come incontro col Cristo, ma anche con il popolo che lui raduna. Un popolo di fratelli e sorelle, un popolo di eguali, un popolo fatto di persone e di volti, per ciascuno dei quali Gesù ha dato se stesso, non importa quanto sfigurati dalla miseria materiale e morale. Cioè l’esperienza dell’Eucarestia non è solo incontro “religioso” e “devoto” con Gesù, ma anche incontro con gli uomini che il Cristo accoglie in tutte le loro fragilità e povertà ma soprattutto nella loro infinità dignità. La Pira tirava le conseguenze da ciò che vedeva: se il popolo a cui appartengo è questo popolo con cui celebro l’Eucarestia e se a questo popolo appartengono tutte le genti, perché tutti gli uomini sono chiamati alla salvezza e l’Eucarestia è il cuore misterioso dell’umanità in cammino, allora non mi posso limitare a dare un po’ di pane la domenica. O meglio, la domenica il pane si dà e di quello buono, perché da qualche parte bisogna pur cominciare, ma poi si deve continuare. Ebbene la politica per La Pira è stato semplicemente questo operare conseguente perché il bene comune (cioè, ai suoi tempi, come ai nostri: la casa, il lavoro, la scuola, l’ospedale) fosse più equamente distribuito fra gli uomini e costituisse la necessaria premessa per la libertà di ciascuno, o meglio per il difficile cammino di liberazione che mette ciascun uomo in condizioni di vivere una vita di relazione non sottoposta al ricatto della miseria per  gustare (con la grazia di Dio), la bellezza, la poesia, l’amicizia, la gratuità, la solidità dei rapporti familiari e poi anche la preghiera, la liturgia, l’unione con Dio.
La politica quindi sgorga dall’Eucarestia e si manifesta prima di tutto come fame e sete di giustizia per i poveri, costruzione della città degli uomini in cui si lotta perché una porzione del bene comune sia attribuita a quelli che ne sono stati privati da un sistema economico e sociale ingiusto. La politica, cioè, è prima di tutto mettersi dalla parte dei poveri.

E però La Pira è riuscito a vivere la politica come la beatitudine di colui che ha fame e sete di giustizia, perché è stato un uomo estremamente libero! E’ riuscito cioè a dominare l’istinto di affermazione di se stesso, di controllo degli altri, di sete di potere e di ricchezza (questo ciò che Dossetti chiamava la morte dell’io empirico) di cui ciascun uomo (anche La Pira, san Francesco, ciascuno di noi) fa esperienza.
Solo un uomo sovranamente libero poteva riuscire, una volta diventato Sindaco di Firenze, a requisire le case sfitte per darle agli sfrattati, a occupare le fabbriche insieme agli operai licenziati, a costruire interi quartieri, oltre che a rifare ponti, strade, scuole. Ci sarebbe da parlare a lungo e non è possibile.
Ho pensato però fosse importante parlavi di un La Pira politico in senso stretto, e da dove sgorgasse la politica di La Pira, perché  se non si tiene conto di questo non si capisce neanche il La Pira operatore di pace, il La Pira francescano che va disarmato dal Sultano d’Egitto (Nasser) o nel cuore dell’Unione Sovietica atea e persecutrice della Chiesa. Non si capisce neanche il La Pira del dialogo interreligioso. Il La Pira operatore di pace, infatti, è semplicemente il La Pira che ha capito che la pace la si persegue costruendo a livello globale una città degli uomini fondata sulla giustizia e sulla libertà, perché c’è un unico bene comune universale che appartiene all’intera famiglia dei popoli.

Ecco, e concludo, la terrazza de La Verna, da cui La Pira spesso partiva per i suoi viaggi di pace. La Verna, con la sua – scusatemi il parolone – concentrazione cristologica, è una terrazza perché mostra in prospettiva l’orizzonte del dialogo con gli altri, in particolare con le altre religioni (Francesco che va dal sultano). Non un orizzonte folcloristico e nemmeno dottrinario (per far contento qualche teologo), ma l’orizzonte concreto della costruzione della città degli uomini secondo il sogno di Dio, una città giusta e quindi pacifica.
Un’intuizione simile l’ha avuta, ma in questo è stato davvero capito da pochi, Giovanni Paolo II che non a caso volle riunire i rappresentanti di tutte le religioni ad Assisi per pregare per la pace. Un’intuizione simile anima papa Francesco!
Per noi, credo, ne derivi un compito: siamo davanti ad una scelta, ad un bivio:  possiamo lasciare che i profeti di sventura (quelli che gridano allo scontro di civiltà, come quelli, ancora più numerosi, che credono che debba esistere una sola civiltà) trasformino questo mondo dalle molte religioni in un contrasto continuo dove alimentare le paure e le guerre; possiamo impegnarci perché attraverso il dialogo questo mondo plurireligioso diventi più giusto e quindi più pacifico. La sfida è a misura del nostro vivere quotidiano e delle nostre aspirazioni più grandi e profonde.

Io credo che stasera La Pira ci inviti a pensare alle stimmate di Francesco come all’offerta che è data a ciascuno di noi di rinunciare a ciò che ci impedisce di essere giusti, liberi e innamorati e per credere che la forza della Resurrezione di Cristo ha una sua incidenza storica che fiorisce grazie a tutti quelli che credono che avere costantemente sete e fame della giustizia sia una beatitudine cui non rinunciare e un destino grande per cui vale la pena di vivere la vita in pienezza.

Marco Giovannoni

da Prospettive 162
quarto trimestre 2017

La gioia dell’Incontro

L’accoglienza tra relazione e paure

“Il dialogo nasce da un atteggiamento di rispetto verso un’altra persona,
dalla convinzione che l’altro abbia qualcosa di buono da dire; presuppone
fare spazio, nel nostro cuore, al suo punto di vista, alla sua opinione e
alle sue proposte. Dialogare significa un’accoglienza cordiale e non una
condanna preventiva. Per dialogare bisogna sapere abbassare le difese,
aprire le porte di casa e offrire calore umano”
(Papa Francesco, Il cielo e la terra)

 

“Accogliere” sembra, oggi, divenuto un termine divisivo, secondo il quale classificare l’appartenenza politica, se non partitica, dei cittadini a seconda di come essi si approcciano all’accoglienza e alle sue conseguenze politiche, economiche e sociali. Certo è che l’accoglienza rappresenta uno dei grandi temi del nostro tempo e le azioni, politiche e sociali, che la caratterizzeranno oggi avranno importanti conseguenze per il tipo nella costruzione della comunità del prossimo futuro. Proprio per queste ragioni riteniamo che il dibattito attuale sull’accoglienza sia parziale, fuorviante e insufficiente ad affrontare in maniera seria e costruttiva le sfide del tempo presente. Dunque, stimolati dalle esperienze vissute durante la Tre Giorni svoltasi a Palermo lo scorso ottobre, abbiamo sentito la necessità di approfondire questo tema, cercando di offrire una visione di più ampio respiro e, allo stesso tempo, riflessioni che tocchino la quotidianità di ciascuno come cittadino e come cristiano. In particolare ci siamo interrogati sul senso profondo di questo gesto e sul ruolo che noi cristiani siamo chiamati a svolgere in un momento storico in cui la capacità di saper accogliere risulta certamente decisiva. La nostra riflessione si sviluppa, innanzitutto, dalla premessa fondamentale di non considerare l’accoglienza solo con riferimento a persone necessariamente diverse e distanti da noi, siano queste i poveri, gli emarginati, o i migranti. Essi sono oggi proposti, in modo quasi ossessivo, dai mezzi di comunicazione come gli unici soggetti verso cui rivolgerci. In realtà, siamo convinti che l’accoglienza nasca ben prima e debba essere diretta a tutti, vicini e lontani, in un continuo sforzo di ricerca delle povertà e debolezze di chi ci sta accanto.

Che cosa significa però accogliere? Siamo soliti immaginare questo gesto come un atto di compassione di un soggetto, in posizione di forza, nei confronti di qualcuno più debole, quasi come si trattasse di una gentile concessione. In realtà chi accoglie rende partecipe di qualcosa di proprio, si offre, si spalanca verso l’altro diventando un tutt’uno con lui; la piena accoglienza nasce infatti come un movimento simmetrico, un gesto che pone in discussione entrambe le parti e che, come tale, richiede innanzitutto una piena consapevolezza di se stessi. Papa Francesco, all’interno della Evangeli Gaudium, sottolinea la necessità di un’apertura verso l’altro che non può prescindere dal mantenersi fermi nelle proprie convinzioni più profonde, con identità “chiara e gioiosa”, aperta alla comprensione dell’altro: accogliere dunque ma senza dover, per questo, rinnegare ciò che siamo. Ed è forse proprio la paura di dover rinunciare a qualcosa di se stessi, come ai propri progetti o alle proprie abitudini, per far posto all’altro, che ci spaventa e ci limita. Diventa così essenziale, in ciascuna relazione in cui siamo chiamati ad accogliere, interrogarsi su quali siano i timori che proviamo nello stabilire una relazione con un’altra persona, saper ricercare se vi siano motivazioni reali ed oggettive che ci impediscano di accettare pienamente questa sfida; così facendo ci potremmo rendere conto che spesso siamo di fronte a paure irrazionali. Per giungere a tale consapevolezza è inevitabile interrogarsi sulle reali ragioni che stanno alla base del nostro accogliere; non è semplice comprendere se la nostra apertura verso l’altro nasca come un atto di pietà e rispetto nei confronti della persona o se vi siano ragioni più profonde alla base di questo sforzo, di questa tensione. Questo è quello che richiede una reale accoglienza, l’invito a porsi continuamente in discussione, a ricalcolare costantemente il percorso della nostra vita: aprirsi all’altro per rinnovare la nostra routine, farci uscire dalla nostra zona di comfort ed arricchire la nostra vita. Riusciamo davvero a non rimanere indifferenti all’altro, ad essere realmente interessati alla condizione di chi ci troviamo accanto? Crediamo davvero alla necessità di fermarci e farci “toccare” da esso? Sappiamo quindi trovare lo spazio ed il tempo per concretizzare questo interesse? L’obiettivo, che certamente non saremmo sempre in grado di raggiungere, è quello di un’accoglienza che supera la semplice, seppur sacrosanta, buona educazione. Chiaro esempio è la relazione tra due amici, che non hanno più bisogno di regole di buon costume, limitazioni e vincoli ma si accolgono con la naturalezza che tale vicinanza comporta. La ricerca della vera motivazione che ci sostiene nella relazione con l’altro a noi prossimo, ed in modo ancor più eclatante con il povero o l’emarginato, non può essere solo il frutto di una buona condotta o di un atto di buon costume. Accogliere da un punto di vista cristiano significa amare l’altro come se stessi, saper riconoscere il Corpo di Cristo che si lascia ritrovare nei volti e nelle persone dei fratelli più deboli: questa è la vera ricchezza dell’accoglienza, l’opportunità unica ed irripetibile che il contatto con l’altro può donarci. Vissuta in quest’ottica l’accoglienza è davvero un dono irrinunciabile per entrambe le parti, non un gesto compiuto da qualcuno e passivamente accettato dall’altro. Una chiara consapevolezza del motivo che ci porta ad aprirci all’altro rappresenta anche uno scopo di primaria importanza per la vita ed il futuro delle nostre associazioni; ci è infatti richiesto un profondo esame di coscienza e di autocritica: sappiamo davvero essere comunità accoglienti? Sappiamo far vivere le persone all’interno delle nostre realtà ecclesiali come fratelli pienamente inseriti nel contesto o più spesso li percepiamo come dei semplici componenti di un ingranaggio?

Comprendendo che l’incontro con l’altro, seppur lontano e diverso da noi, e di conseguenza anche l’incontro con Dio, sono il fine più vero dell’accoglienza, saremmo in grado di creare comunità aperte e coese, accomunate dalla stessa identica ricerca. Prendiamoci dunque l’impegno di creare occasioni d’incontro e di accoglienza nelle nostre comunità e, soprattutto, non limitiamoci a parlarne perché l’accoglienza è una concreta scelta di vita che non si limita ad adesioni ad idee astratte o a mere dichiarazioni.

da Prospettive 162, Editoriale
4° trimestre 2017

Europa: un progetto politico di pace

da Prospettive 149
terzo trimestre 2014

“La pace mondiale non potrà essere salvaguardata se non con
sforzi creativi, proporzionali al pericoli che la minacciano.
Il contributo che un’Europa organizzata e vitale può
apportare alla società è indispensabile per il mantenimento
delle relazioni pacifiche. […]
L’Europa non potrà farsi in una volta sola, né potrà essere
costituita tutta assieme, essa sorgerà da realizzazioni concrete
che creino innanzitutto una solidarietà di fatto”
Dichiarazione Schuman, 9 maggio 1950

La parola “crisi” è ormai diventata una delle più usate ed abusate del vocabolario comune, tutto ci sembra enormemente ed irrimediabilmente in crisi: l’economia, la società, la famiglia, le istituzioni, i rapporti interpersonali. Associare la parola “crisi” all’Europa è ormai poco più che una banalità, quasi una frase fatta: crisi dell’Eurozona, crisi del processo di integrazione europea e così via. Sentiamo dunque la necessità di riflettere sull’Europa e sulla sua “crisi”, di coglierne le peculiarità e di immaginare soluzioni creative per superarla. Alla ormai generalizzata denuncia della crisi non ha fatto seguito – infatti – una riflessione costruttiva sull’Europa nè sulle motivazioni stesse che stanno a fondamento di questo progetto. È invece proprio questo l’elemento da porre alla base di qualunque analisi: l’aspirazione di pace che porta con sé il progetto dell’Europa unita. Quando nel 1950 Schuman, ministro degli esteri francese, pensava a “realizzazioni concrete che creino innanzitutto una solidarietà di fatto” aveva in primo piano la produzione e il commercio comune del carbone, allora fonte primaria di approvvigionamento energetico, e dell’acciaio, principale materiale dell’industria bellica. Il messaggio era fortissimo: da strumento di offesa e violenza la produzione del carbone e dell’acciaio diventa strumento per il benessere e la sicurezza dei popoli europei. Siamo di fronte ad un vero e proprio tornante della storia: popoli che si fanno la guerra da secoli (almeno 3 guerre devastanti nei precedenti 80 anni) desiderano vivere in pace. Questo desiderio necessitava di essere trasformato in progetto politico: ossia di mettere a servizio di questo quelle realizzazioni concrete di cui parlava Schuman. Queste realizzazioni non dovevano però chiudersi ed esaurirsi nella contingenza dei problemi del tempo, ma portare con sé il seme del nuovo, delle nuove sfide che l’uomo si sarebbe trovato ad affrontare nei decenni futuri, delle nuove forme sociali e giuridiche che si sarebbero rese necessarie per affrontare tali sfide. Questo appare oggi largamente disatteso, ed è qui che inizia la crisi: dall’incapacità di dare coerente sviluppo al desiderio di pace espresso chiaramente dai politici, ma prima ancora dai popoli, europei all’indomani della seconda guerra mondiale.

Come ricorda La Pira: “La crisi è cosa semplice. Il diritto è come un vestito: voi dovete proporzionarlo al corpo che esso è chiamato a coprire. Quando questo diritto diventa un vestito che non è più proporzionato al corpo, succede la rivolta, si sfascia ogni cosa. Le realizzazioni concrete di cui parlava Schuman sono – infatti – ben presto diventati assunti ideologici. La definizione di un’area di libero scambio e libera circolazione è diventata fine del processo di integrazione europea, rendendolo miope, incapace di costruire sulle solide basi gettate dai padri fondatori. Questa incapacità persiste ancora oggi, e porta a conseguenze sempre più gravi in un momento di profonda crisi economica. È in questo percorso che deve necessariamente inserirsi la nostra riflessione sull’Europa di oggi, una riflessione che vuole andare oltre la superficiale dicotomia tra europeisti e antieuropeisti, ma che dopo aver constatato la validità storica delle premesse di pace che sottendono la stessa idea di Europa, denunciato l’incapacità di una costruzione coerente a quelle promesse, si metta alla ricerca di quelle soluzioni nuove e creative che permettano di costruire pace sulla base di nuove realizzazioni concrete adatte alle esigenze e alle sfide di questo nostro tempo. Questa sarà forse la più grande sfida della generazione dei giovani di oggi, una sfida non più rinviabile o delegabile. Questa sfida richiede un approccio giovane: “I popoli giovani, le generazioni giovani, hanno un potenziale religioso che è di immenso valore creativo per la storia del mondo, un grande sforzo di preghiera, pensiero ed azione perché il progetto di pace nato dopo la seconda guerra mondiale possa portare frutto, dentro e fuori dall’Europa. La prima, grande, sfida da affrontare è quella dell’identità. Dopo gli ultimi trattati di riforma tutti i cittadini di Stati Membri dell’Unione sono anche Cittadini Europei, ma a questa forma giuridica non corrisponde la consapevolezza di una comune identità europea. Questo si riscontra sia nel dibattito pubblico, sia nelle scelte politiche, dove troppo spesso prevale l’interesse della singola nazione a discapito di altri popoli. La sfida è quella di educarci ad essere europei, come amava ripetere Jean Monnet: “Far lavorare gli uomini assieme gli mostrerà che dietro le loro differenze e i confini geografici, giace qualcosa di comune”. Questo non può significare uniformarci ad un modello dominante, ma cogliere gli elementi che ci accomunano, i tre “colli” su cui la cultura europea poggia: l’Acropoli, il Campidoglio e il Golgota. A fronte di queste comuni radici, le differenze culturali e sociali che si sono sviluppate in quasi due millenni di storia non sono più un ostacolo alla condivisione, né il motivo di scontri; ma diventano la vera ricchezza di un modello unico nella storia delle forme organizzate di convivenza. Infatti il progetto di unificazione europea non trova processi simili né precedenti. Per questo la prima sfida da affrontare è quella dell’identità: essa è il prerequisito per costruire un “vestito” giuridico che si adatti pienamente al corpo dei popoli europei. Edificare un sistema coerente alle nostre comuni radici richiede che la chiave di volta di tutto l’edificio sia l’uomo, al cui servizio stanno il diritto (il Campidoglio) e le istituzioni democratiche (l’Acropoli). Al di là di tutte le difficoltà (prima tra tutte le differenze linguistiche e geografiche) non potrà costruirsi un’Europa organizzata e vitale senza fondare sulla partecipazione attiva dei popoli europei i modelli di gestione politica delle istituzioni, segnando una netta inversione di tendenza con l’attuale assetto che, più che essere frutto della scelta del popolo, è espressione di rapporti di forza tra gli Stati Membri. Si tratta di trovare il “vestito” per il “corpo” dei popoli europei: se non è ancora chiaro il corpo non è neppure possibile trovare il vestito. Si tratta allora di continuare il percorso che tende a colmare il deficit democratico nella gestione delle istituzioni europee. Ma non è sufficiente continuare questo percorso, che pure è positivo: è necessario rivederne il fondamento, la stessa base teorica, porre al centro del cambiamento la persona. Questa centralità discende direttamente dalle radici comuni dei popoli europei: la centralità dell’individuo nella sua dimensione sociale, giuridica, politica e spirituale è quel minimo comune denominatore culturale che deve informare il nuovo edificio: un edificio democratico, che persegua la giustizia sociale e che abbia una particolare attenzione verso gli ultimi. Non si tratta di una presa di posizione politica: le soluzioni concrete dovranno essere trovate nel confronto tra posizioni e idee differenti; quello che deve essere messo in evidenza è che la centralità della persona nell’edificazione dell’Europa è una vocazione che deriva dalla comune identità culturale dei popoli che la formano. In questo modo sarà possibile affrontare le sfide per la pace che il nostro tempo ci proporrà, a partire dal superamento di quelle situazioni di conflitto che già oggi permangono nel territorio europeo: la divisione di Cipro, le tragedie dei migranti che avvengono quasi quotidianamente nel Mediterraneo, l’instaurarsi di governi autoritari nell’est-europeo, la complessa situazione della città di Melilla (città spagnola in territorio marocchino) e così via. Il mantenimento della pace interna, come si può vedere anche dal breve elenco fatto, non è qualcosa di acquisito ed immutabile, ma è necessario continuare a vigilare ed operare. In questo un segno forte, che l’Europa forse non ha colto fino in fondo, è stato il conferimento del Premio Nobel per la Pace del 2012 all’Unione Europea: il riconoscimento degli sforzi e dei risultati ottenuti in quasi 60 anni di integrazione europea consegnano oggi nelle mani dell’Europa una responsabilità ulteriore: quella di essere veri e primi operatori di pace a livello regionale e globale. Basta prendere in mano una cartina e vedere come non ci sia pace in quasi nessuno dei paesi limitrofi ai territori europei, dall’Ucraina, al Medio Oriente, fino alla sponda sud del Mediterraneo. La scarsa incisività e l’assenza di coesione nell’operato europeo nelle recenti crisi dimostra quanta strada debba essere ancora fatta. Ma è la stessa vocazione alla politica per l’uomo propria dell’Europa che impedisce di accantonare la sfida della pace! È una responsabilità di cui occorre farsi carico, anche e soprattutto con mezzi creativi: chi avrebbe mai detto che investire nella ricerca per ritrovare la sovranità energetica potesse essere un mezzo di pace? Anche a livello globale l’Europa dovrà farsi operatrice di pace. In questo momento storico i rapporti internazionali stanno sempre più diventando rapporti di forza commerciali ed economici, le spese militari tornano a salire, e – mutatis mutandis – rischia di riproporsi una contrapposizione tra blocchi. Se l’Europa vorrà continuare ad essere un attore rilevante nel panorama internazionale dovrà necessariamente farlo nell’ottica della pace. Infatti da una parte, non potendo contare sulle risorse energetiche né potendo competere in termini di costo del lavoro e di produzione con i paesi emergenti, è impensabile che i paesi Europei (nel medio periodo) possano inserirsi con possibilità di successo nei rapporti di forza internazionali, dall’altra parte è la stessa vocazione politica dell’Europa ad esigere che il suo ruolo internazionale sia quello di portatrice di pace. La vocazione prettamente politica dell’Europa fa si che la pace non possa essere intesa solo come “assenza di guerra”, ma deve mirare ad una più profonda pacificazione sociale, tra persone e tra popoli, ossia a costruire una pace di cui tutti possano godere appieno. Le sfide che abbiamo di fronte sono grandi e difficili, per affrontarle è necessario un grande sforzo di preghiera, pensiero ed azione!

Editoriale di Prospettive 149
Terzo trimestre 2014

Abitare ed edificare le città

da Prospettive 153
terzo trimestre 2015

Dire «città dell’uomo a misura d’uomo», è subito porre l’uomo al suo posto e si
può su di esso fissare l’attenzione come su colui dal quale la città prende vita e
verso il quale la città è volta come a proprio fine.
Delle città – nessuna esclusa – è punto di partenza o attore l’uomo. E lo è in
quanto irriducibile a essere solo individuo, ma in quanto persona. Infatti, anche
un sasso, una pianta, un animale è individuo, ma non persona.
Giuseppe Lazzati, La città dell’uomo

Oggi viviamo in contesti frenetici e frammentati, in un tessuto sociale sempre più debole. Ciò porta gravi conseguenze anche nel modo in cui viene vissuta la città: è sempre più forte la percezione di scollamento tra la caotica e frenetica città che viviamo ogni giorno e la città “ideale”, quel “tutto armoniosamente unito” di cui parlava La Pira contemplando Firenze dalla Basilica di San Miniato a Monte. Dobbiamo, allora, confrontarci con una serie di interrogativi: come abitare oggi la città? Come sentirsi cittadini di un aggregato umano che chiama l’uomo a porsi in relazione e creare legami solidali? Come essere cittadini responsabili dell’edificazione materiale, morale e spirituale della propria comunità? Come vivere le dimensioni di solidarietà e della comunione quando la proposta dominante va verso un marcato individualismo? Una delle grandi sfide del nostro tempo è, come ci ha ricordato Papa Francesco, riconoscere che “il tutto è superiore alla parte” (cfr. Evangelii Gaudium §§ 234-237), non perché la parte debba essere fagocitata dal tutto; ma perché il tutto – la comunità cittadina – non è formata dalla mera somma delle parti i cittadini – che la abitano: “Bisogna sempre allargare lo sguardo per riconoscere un bene più grande che porterà benefici a tutti noi” (Evangelii Gaudium § 235). È sbagliato intendere la città come una comunità monolitica di cui sentirsi o meno partecipi. La città è invece l’insieme di comunità più piccole, intermedie tra l’intera comunità cittadina e l’individuo: comunità familiari, associative, parrocchiali, lavorative, etc. Dalle rete di relazioni che si instaurano tra cittadini, tra cittadini e “comunità intermedie” e tra le “comunità intermedie” stesse deriva il “qualcosa in più” della città che permette che ad abitarle siano persone e non individui. È importante sottolineare che ritenere il tutto superiore alla parte non significa avallare un’impostazione per cui la città – e più in generale ogni comunità – sia di per sé superiore, gerarchicamente anteposta alla persona; al contrario significa che la persona ha la possibilità di realizzarsi a pieno solo partecipando all’edificazione della comunità cittadina. Questo è, forse, il significato da attribuire alla celebre frase di La Pira in occasione dell’inaugurazione del quartiere dell’Isolotto: “Non case ma Città”: non luoghi in cui vivere in solitudine, ma spazi in cui la persona possa realizzarsi appieno nella relazione.

Nel linguaggio comune, viene fatto grande uso dell’espressione “città a misura d’uomo”. È opportuno però specificare, alla luce di quanto detto finora, cosa debba intendersi con tale espressione. Infatti, se la città ha come artefice e come fine la persona, edificare una città a misura d’uomo non vuol dire semplicemente organizzare infrastrutture e servizi in modo efficiente, ma significa assumente come metro di valutazione delle scelte di governo della città (quindi politiche!) le concrete necessità di ordine materiale, relazione e spirituale delle persone che abitano la città. Infatti, se la città è realtà relazione per eccellenza, abitarla ed edificarla la significa avvertire quotidianamente la necessità che ognuno se ne prenda cura di essa, ossia che ognuno pensi ed agisca politicamente: “L’espressione ‘costruire la città dell’uomo a misura d’uomo’ è da me preferita a quella ricorrente ed equivalente nel significato ultimo, ma scaduta nel suo valore espressivo; quella, cioè, di ‘fare politica’” (G. Lazzati, La città dell’Uomo). È, dunque, la politica il segno distintivo di una città abitata da persone e non da individui, una politica fatta da tutti i cittadini, ognuno secondo le proprie specifiche responsabilità. Le scelte politiche non sono, tuttavia, date una volta per tutte, immutabili nel tempo e nello spazio. Al contrario esse sono, per definizione, storicamente connotate. In questo senso, è illuminante un altro richiamo di Papa Francesco: “La realtà è superiore all’idea” (Evangelii Gaudium, §§ 231-233). Infatti è nella città che le persone vivono, coltivano le loro speranze, condividono le difficoltà. Fare politica nella e per la città significa avere a che fare con i problemi reali delle persone, con la carne viva della comunità, come ci ricorda La Pira, con un articolo apparso nel maggio del 1954 in risposta a don Sturzo: “davanti a questi ‘feriti, buttati a terra dai ladroni’ – come dice la parabola lucana del Samaritano – cosa dovrebbe fare il sindaco, cioè il capo ed in un certo modo il padre ed il responsabile della comune famiglia cittadina? Può lavarsi le mani, dicendo a tutti ‘scusate, non posso interessarmi a voi perché non sono uno statalista ma un interclassista’?”.

Le città sono vive, sono realtà dinamiche, perché abitate da persone reali, qui ed ora. Edificare la città dell’uomo a misura d’uomo, e dunque fare politica, significa guardare tanto al presente quanto al futuro. Da una parte, infatti, è necessario dare risposte alle esigenze contingenti delle persone che abitano la città, specie le più fragili; dall’altra l’incessante opera di edificazione richiede una prospettiva che vada oltre alla contingenza, che abbia il coraggio di sognare una città diversa e migliore. Soprattutto oggi, le scelte nell’amministrazione della città appaiono complesse nei mezzi e incerte nei risultati, dovendosi districare tra i vincoli di bilancio imposti dalla crisi economica, la dissoluzione del tessuto sociale e il senso di distacco dalle istituzioni di gran parte della cittadinanza. In più, le città sono oggi chiamate ad affrontare sfide impegnative. Esse, in parte, appaiono del tutto inedite, altre sono invece questioni a lungo rimandate e messe ai margini dell’agenda. […] La scelta del tema (di questo numero, ndr) vuole mettere in evidenza un altro aspetto di grande attualità per la città, ossia la sua vocazione all’apertura e alla pace, ricordando il 60esimo anniversario del Convegno dei Sindaci delle Capitali del Mondo che La Pira organizzò a Firenze nel 1955 ed in preparazione alla “riedizione” che si terrà a Firenze il prossimo novembre.

Editoriale di Prospettive 153
Terzo trimestre 2015

 

Costruire la pace nell’ascolto e nel dialogo

Alcune riflessioni di giovani musulmani di Firenze

da Prospettive 152,
2° trimestre 2015

A seguito dei recenti fatti che scuotono l’opinione pubblica occidentale, creando una sorta di paura verso l’Islam e gli islamici, abbiamo ritenuto importante ascoltare le voci di chi fa parte di comunità islamiche che vivono in Europa. Ciò al fine di cercare di capire meglio cosa voglia dire per loro Islam e cosa significhi per loro professare la propria fede oggi in Europa. Siamo convinti che il primo e fondamentale passo per intraprendere un cammino di pace e fraternità sia quello di porsi in una dimensione di ascolto reciproco, cercando di capire i sogni, le aspirazioni, le paure e i bisogni dell’altro. Come cristiani, musulmani, occidentali, medio-orientali abbiamo assieme la grande responsabilità di essere segni vivi di speranza in una situazione in cui i fatti di cronaca e le posizioni di molti leader politici sembrano non lasciare spazio a concrete prospettive di pace. Pubblichiamo, quindi, alcune riflessioni di due giovani musulmani di Firenze, che ringraziamo per la disponibilità con cui hanno accolto la nostra richiesta.

E’ impressionante come fonti divulgative di sapere e conoscenza possano ingenerare mali, distorcendo la realtà dei fatti e sviando inconsciamente intere società. Suonano ormai note alle nostre orecchie le notizie in primo piano ogni giorni sui giornali e nei telegiornali, per le quali è diventata quasi scontata la presenza della parola “Islam” in tutte le sue versioni: “ISIS: Islamic state of Iraq and Siria”, “attentato islamico alla sede di Charlie Hebdo”, “terroristi islamici bruciano vivo l’ostaggio giordano”. Così facendo, si è creato indirettamente uno stereotipo secondo il quale un islamico viene automaticamente – e oramai quasi necessariamente – classificato come terrorista. Questo corrisponde ad una presa di posizione ben definita, nella quale si ha paura, ma si parla con sicurezza di una materia di cui spesso non si sa niente oppure alla quale non ci siamo mai nemmeno avvicinati. Per capire l’Islam bisogna tentare un approccio diretto con la religione, col Corano, e coi credenti tramite il dialogo. Per un credente l’Islam non è solo una religione, quanto più un vero e proprio stile di vita. Tutto questo si evince da numerosissimi passi del Corano e Hadith (le parole del Profeta Mohammed), quali ad esempio: “Chi crede in Allah e nel Giorno Ultimo, tratti bene i suoi ospiti” [Hadith Charif], oppure “A ciascuno abbiamo indicato gli eredi cui spetta parte di quello che lasciano: i genitori e i parenti stretti.” [Al.Nisaa’ (Le Donne) 4:33], oppure ancora “Se temete la separazione di una coppia, convocate un arbitro della famiglia di lui e uno della famiglia di lei. Se i coniugi vogliono riconciliarsi, Allah ristabilirà l’intesa tra loro” [Al.Nisaa’ (Le Donne) 4:19]. Questi Hadith riescono a farci capire come la religione non venga considerata solamente il riconoscere una presenza superiore, correlata a tutte le sue manifestazioni verbali, quanto diventi parte integrante della vita quotidiana.

Secondo un musulmano, questo modo di percepire e impostare la propria vita secondo la fede non significa una limitazione della libertà, una restrizione della mentalità, una sorta di lavaggio del cervello, un controllo delle menti dei credenti una volta lette alcune Surat del Corano; al contrario, un musulmano si sente invece libero proprio nel momento in cui fa quello che sente. Un vero musulmano praticante, che prende alla lettera ciò che il Corano riporta, non è quel che oggigiorno viene indicato come un “musulmano moderato”, ma è semplicemente un musulmano. Il termine “moderazione” implica una limitazione basata su fattori ideologici che ritroviamo nella società che ci circonda. Da persona di fede musulmana posso dire che il Corano non istiga alla violenza, agli abusi, all’omicidio, alla repressione; di conseguenza non necessita di nessun filtro “moderante” che ne ridefinisca la misura e il livello di applicabilità. “Musulmano moderato” è un termine che è nato conseguentemente al termine “musulmano radicale”. I media associano il musulmano radicale ad una persona che attacca con violenza, sia da un punto di vista fisico che da un punto di vista morale, usando ogni tipo di coercizione, come nel caso delle conversioni forzate. In verità, questo tipo di musulmano radicale non esiste, perché la conversione in maniera forzata va automaticamente contro il volere di Allah, il quale si esprime chiaramente su questo punto, senza bisogno di interpretazioni. Dice infatti: “Non c’è costrizione nella religione.” [Al-Baqara (La Giovenca) 2:256], “O voi che credete, non vi è lecito ereditare delle mogli contro la loro volontà” [Al Nisaa’ (Le Donne) 4:19], o ancora “Se il tuo Signore volesse, tutti coloro che sono sulla terra crederebbero. Sta a te costringerli ad essere credenti?” [Yunus (Giona) 10:99]. Questi versetti del Corano esortano piuttosto il credente ad una totale tolleranza ed al rifiuto di qualsiasi comportamento discriminatorio.

L’unica funzione del musulmano nella società, riguardo alla religione, è quella della “Jihad”. Molti traducono la parola Jihad con il termine “guerra santa”, caricandola di una valenza di sopraffazione, ovvero di eliminazione fisica del nemico, nel nome di Allah e del suo profeta. In realtà, la parola “Jihad” in arabo significa “sforzo”, e sta ad indicare una fatica mentale e spirituale, attraverso la quale un credente si avvicina alla propria religione o avvicina un altro alla propria fede tramite l’utilizzo della parola. Alla luce degli avvenimenti recenti, gran parte della società e dei media occidentali hanno manifestato una certa “paura del musulmano”, mentre parte del mondo arabo si è arroccato sulla “paura del musulmano non musulmano”. Il risultato è che, mentre gli occhi di tutto il mondo erano puntati sull’attentato a Charlie Hebdo, in Nigeria, paese a maggioranza sunnita, sono morte oltre 2000 persone per mano di Boko Haram, un gruppo di presunti estremisti musulmani, e sono stati uccisi altri tre giovani universitari appartenenti all’ “Islamic Relief”. Questo non per mettere in secondo piano i morti a Parigi; l’obiettivo non è quello di sottolineare i morti con più zeri, ma non deve essere nemmeno quello di classificare i morti in morti di serie A e morti di serie B.

Quella in particolare dei musulmani in Europa, è una condizione di conflitto continuo, su due fronti diversi in contemporanea: quello di chi punta il dito contro, stando dietro agli stereotipi, e quello di chi ti ritiene un criminale che uccide in nome di un Dio che non gli appartiene. É una condizione frustrante, che ti porta a doverti giustificare per degli atti dei quali non sei responsabile, ma che devi comunque spiegare dal momento in cui chi ti circonda te li attribuisce. La gente ti ferma per strada e ti domanda: sei terrorista? E se sei una donna, perché porti “quel cencio” in testa? Sei stata costretta? Perché persone che professano la tua stessa fede uccidono? Questo peso costante dello sguardo ostile di chi ti circonda, questa paura infondata, ti costringe a convivere con un’ansia perenne. Perché non posso vestire come voglio? Perché non posso credere in quello che voglio? Se sono una ragazza, non credo di invadere la libertà di nessuno portando il velo o se credo in un altro Dio. Vivo in un paese libero, nel quale io non mi sento libera; perché devo per forza cambiare o adattare la mia cultura, o peggio ancora nasconderla? L’integrazione è già difficile dal momento in cui ti ritrovi in mezzo a volti diversi, che non conosci, che non possono capirti; ma lo diventa ancora di più nel momento in cui l’altro non ti accoglie a braccia aperte, ma ti sbatte in faccia una porta carica di catenacci, serrature e lucchetti. Succede che venga data più attenzione e si punti il dito su azioni che altre persone fanno quotidianamente in maniera spontanea. Ad esempio, una madre che ritarda ad un appuntamento con l’insegnante viene presa per “una straniera alla quale non interessa l’andamento scolastico del figlio”; brontolare il figlio diventa puntualmente un “maltrattamento minorile inammissibile”; un bambino magro per costituzione diventa “malnutrito”. É una continua iperbole asfissiante; mandare un curriculum diventa sofferenza, perché sei consapevole del fatto che quando leggeranno il nome, lo scarteranno. Una cosa assurda accaduta l’altro giorno: non volevano dare una casa in affitto ad una coppia, con due contratti di lavoro a tempo indeterminato in mano, perché musulmani. Il mio nome non può darti la mia identità; il male c’è, c’è stato e ci sarà sempre, in ogni angolo. Il mondo si aspetta che i musulmani si dissocino dal terrorismo: ma per dissociarmi devo prima farne parte! Il vero Islam non ha mai predicato il terrorismo, ma al contrario è una religione che professa amore, rispetto, educazione e conoscenza. Il credente è soggetto anche ad una specie di perdita della propria identità, perché se si chiede ad un musulmano di bruciare la bandiera dell’Isis lui risponderà con un atteggiamento tentennante. Questo perché su quella bandiera, che ha causato decine di migliaia di vittime, cosa intollerabile e inaccettabile, è scritto il nome di Allah. Penso comunque che la perdita più grande non sia quella dell’identità, ma una ancora più grande che racchiude tutte le classificazioni alle quali siamo sottoposti, ed è la perdita dell’umanità, che per definizione accomuna tutti quanti gli esseri umani. Dobbiamo lottare tutti insieme contro dei mostri che vanno ben al di là dell’islamofobia, ovvero l’ignoranza, la discriminazione e chi vuol distogliere l’attenzione dai principi della pace e dell’unione, in nome di una presunta diversità. AalhamdolilLah (grazie a Dio), come in qualsiasi situazione c’è sempre qualcosa di positivo: casi come questi spingono la nostra Ummah (Comunità Islamica) ad avvicinarsi di più alla sua religione, e i non credenti a cercare di capire una cultura così diversa e spesso tanto temuta. Alhamdolillah, la nostra unica arma sarà sempre la parola.

Hasna Tefahi
Nesrine El Arrasse

da Prospettive 152,
2° trimestre 2015

Cattolici e politica: criteri per una nuova stagione

Incontro con Guido Formigoni

 

Negli ultimi mesi appare insistito il richiamo all’esigenza di nuovi e coerenti impegni in politica di laici cattolici. Ha cominciato papa Benedetto XVI a Cagliari nel settembre del 2008, parlando di «una nuova generazione di laici cristiani impegnati, capaci di cercare con competenza e rigore morale soluzioni di sviluppo sostenibile». La tesi è stata ripresa più volte in sede Cei dal cardinal Bagnasco: da più parti si parla di una «ripresa», di un nuovo inizio possibile. Insomma, a quindici anni giusti dalla certificazione gerarchica della fine dell’unita politica dei cattolici (si ricordi l’intervento di papa Giovanni Paolo II al convegno ecclesiale di Palermo, succeduto all’ultima e decisiva scissione del Partito popolare italiano), sembrerebbe di sentire nell’aria una gran voglia di chiudere una parentesi. Corre il giudizio su un sostanziale fallimento di questa stagione, caratterizzata da confusione, smarrimento, incertezza e alla fine perdita di «rilevanza» (parola chiave più volte citata) per i cattolici nella politica italiana. Il richiamo rischia però di restare singolarmente vago e astratto, se non accompagnato da qualche scelta coerente. L’unica cosa certa e che sembra avvertirsi a livello di base pastorale un certo rilancio delle esperienze di formazione all’impegno sociale e politico che dopo la stagione forte degli anni ’80 sembravano essere progressivamente messe ai margini. Un po’ poco, però. Quindi, qualche ragionamento di metodo non sembrerà ininfluente per accompagnare l’accorato appello che ci viene dai vertici ecclesiali.

1. Ci vuole un ripensamento sul passato.

Cioè proprio quello che è mancato nel 1995. Si e cambiata strategia di vertice senza un processo di accurata verifica di quello che era successo. Cioè dell’esaurimento della lunga stagione della prevalente unità dei cattolici italiani nella Dc. Occorre sedimentare un giudizio maturo su quella lunga parabola, che esca da giustificazionismi apologetici e da polemiche astiose (cosa che non sembra ancora facile). Ma soprattutto occorre indagare sul motivo della conclusione di quella storia, uscendo dai luoghi comuni sui complotti dei magistrati cattivi o sulle debolezze di singoli protagonisti. La crisi della Dc era già in corso da molti anni. E per capire la crisi proporrei di ragionare soprattutto su due elementi. In primo luogo, il fatto che la sintesi ideologica e programmatica della Dc era per molti versi superata dai fatti, in parte perché realizzata e positivamente divenuta patrimonio comune della democrazia, in parte perché ridotta a incoerente appello a un discorso valoriale astratto (si pensi alla retorica sulla famiglia, cui non seguivano provvedimenti coerenti). In secondo luogo, il motivo per cui – di fronte all’evoluzione bipolare della democrazia italiana, coerente a schemi europei -le ragioni del convergere dei cattolici si siano manifestate cosi deboli, tanto da creare una dinamica centrifuga per cui i pezzi del partito si sono dislocati su posizioni contrapposte.

  1. Ci vuole unattitudine alla coerenza nella liber

La coerenza tra la fede e le opere è fondamentale anche in politica. Il rischio del «secolarismo», cioè del cedimento verso «il mondo» che renda irrilevante la fede è uno degli ostacoli strutturali del cristiano nella storia. Il cristiano deve sempre trovare nella coscienza le ragioni della propria coerenza con la figura di Cristo Signore della vita e della storia (non con una ideologia, quindi, un discorso astratto). La coerenza è anzitutto questione di virtù vissuta, più che di adesione a uno schema di pensiero. Ma, d’altra parte, la coerenza non po’ essere intesa come semplice attitudine alla ripetizione delle posizioni di principio espresse dal magistero 0 dalla dottrina sociale della Chiesa. Tale dottrina, lo ha bene espresso papa Giovanni Paolo II, è un aspetto della teologia morale, e una riflessione alla luce del Vangelo che discrimina alcuni principi essenziali di una presenza nella storia. Ma il compito politico inizia precisamente quando questo patrimonio finisce. Si tratta infatti di dare ai «valori non negoziabili» elencati nei classici richiami magisteriali uno sviluppo e una concretizzazione che li rendano passibili di traduzione istituzionale (perché non basta la coerenza personale ma occorre mutare lentamente le istituzioni collettive alla luce del «dover essere» che i valori richiamano) e di costruzione di un consenso democratico nell’agone politico (perché si può anche talvolta ricorrere alla mera testimonianza, ma la logica dell’azione politica chiede di cercare in primo luogo l’ efficacia del «bene possibile» concretamente raggiungibile). E per compiere fino in fondo questa percorso ci vuole libertà di sperimentazione e di ricerca, il contrario della irreggimentazione delle truppe cattoliche su alcune posizioni genericamente convergenti.

  1.  Ci vogliono luoghi di mediazione culturale

Insomma, torna l’importanza della «mediazione» nella storia dei valori da raggiungere. In questi ultimi anni non si è badato molto a questa esigenza. Di fronte alla «diaspora» politica dei cattolici, la gerarchia si e intestata di fatto il compito di guidare l’unita sui valori essenziali (cosa sacrosanta), ma si e anche spinta essa stessa a compiere mediazioni legislative di alcuni valori (cosa meno fisiologica, e anzi un poco rischiosa). Si pensi alla questione della fecondazione assistita: la legge 40 difesa dalla presidenza della Cei era una mediazione tra le tante possibili. Il che ha pericolosamente esposto in pubblico la gerarchia, ha creato contraccolpi e accuse di clericalismo di ritorno, ha anche mortificato il ruolo dei laici cattolici in politica. Occorre invece moltiplicare i luoghi dove si costruisca in modo collettivo, corale, partecipato, una attitudine al «pensare politicamente», come diceva Giuseppe Lazzati. Senza confondere quello che è libera ricerca e capacità di correre i propri rischi sulle questioni opinabili (che in politica sono molte!) con il «relativismo». Dove sono questi spazi? Riviste, centri culturali, università, fondazioni? Tutto è stato accentrato nel cosiddetto «progetto culturale» cristianamente ispirato, che però ha avuto il limite di essere troppo centralizzato. Del resto se sul «quotidiano dei cattolici italiani», cioè «Avvenire», si sente sistematicamente una voce sola, come si fa a percorrere le strade del confronto, del dibattito, della sana mediazione culturale?

  1. Ci vuole unanalisi sistemica della politica

In ultima analisi, poi, occorre considerare quello che si muove concretamente nello scenario politico. Per collocarsi, prendere le misure, scegliere le opzioni possibili. La politica è concretezza; tempo e spazio. Ogni scelta nuova presuppone un’analisi previa della realtà. E il sistema politico italiano viaggia da quindici anni sulla via di un bipolarismo, zoppo quanta si voglia, ricco di imperfezioni e discutibilissimo, ma altrettanto apparentemente privo di alternative reali nel breve periodo. Sicuramente siamo in una fase di ristrutturazioni delicate della destra politica (e parzialmente anche della sinistra). Dove si collocherebbe la nuova stagione dell’impegno cattolico? Non si può illudersi con vaghi discorsi sulla critica dell’attuale schema bipolare e sulla necessità di risuscitare un qualche «centro» politico, di poter modificare magicamente le cose. Non è detto che si debba assecondare senz’altro la tendenza della storia, ma per contrastarla occorre esserne lucidamente consapevoli e mettere in campo pazienza, creatività, discernimento, risorse organizzative e di comunicazione. Tutto questa va pazientemente discusso, non si può dare per ovvio, se si vuole che la retorica della «ripresa» di una nuova generazione di cattolici in politica abbia qualche senso.

Prospettive 134,
4° trimestre 2010