Pubblichiamo le interviste a Niccolò Manetti, imprenditore orafo fiorentino, e Fabio Franchi, membro della segreteria CISL Firenze-Prato. Siamo convinti che i principi di fondo richiamati, attraverso diversi approcci e punti di vista da Niccolò e Fabio, che ringraziamo per la gentilezza e la disponibilità che ci hanno riservato, possano rappresentare un fecondo spunto di riflessione nell’approcciarsi alle complesse sfide che oggi imprese, lavoratori e sindacati si trovano ad affrontare.

Alla luce dell’articolo 1 della nostra costituzione, quale dovrebbe essere la visione di fondo del rapporto tra persona e lavoro? È compatibile con le pressioni della concorrenza oggi?

Niccolò. Il lavoro come presentato dalla nostra Costituzione, spesso in contraddizione con quello che la società di oggi propone, è la base su cui un individuo esprime il proprio ruolo sociale: non è una questione di mera sussistenza, è una questione di ruolo nella società. Senza lavoro si finisce ai margini della società, ma soprattutto si viene privati del ruolo fattivo per la società. Credo pertanto che l’uomo debba essere al centro di qualsiasi struttura lavorativa. Oggi la globalizzazione spinge ad ottimizzare le organizzazioni produttive di ciascun paese e, troppo spesso, questa competizione spinge a soluzioni drastiche che colpiscono le manovalanze lette come costi e non come risorse di “saper fare”. In futuro, su questi presupposti, le tecnologie, che oggi sono ancora in sinergia con il lavoratore, rischiano di soppiantarne il ruolo.

In questo la testimonianza di Olivetti è significativa: oltre all’esempio eccezionale che egli costituisce sia per i tempi che per i modi in cui operò, resta la volontà che l’impresa non esaurisca il proprio obbiettivo con il solo produrre utili, ma abbia un ruolo permeante nella vita delle persone che vi operano e nella vita dei territori in cui è operativa. Un attivo ruolo sociale dell’impresa che ad oggi non ha alcuna valorizzazione oggettiva-penso ad esempio ai criteri di valutazione delle agenzie di rating- se non quella etica.

Fabio. Credo che l’Articolo 1 della Costituzione sia un ottimo punto di partenza per definire il rapporto tra persona e lavoro. Quando è nata la Costituzione sicuramente il lavoro era qualcosa di completamente diverso da quello che è oggi: l’Italia, sostanzialmente, doveva rimettersi ed essere ricostruita, e vi erano dunque tante occasioni e spazi di lavoro; inoltre il livello di meccanizzazione e robotizzazione erano completamente diversi da quelli attuali. Ciò ha consentito in quel periodo una grande assunzione di manodopera e manovalanza. Tuttavia, il rapporto tra persona e lavoro era una relazione di subordinazione al capitale, molto più della realizzazione della persona attraverso il lavoro. All’indomani del secondo dopo guerra e dell’approvazione della Costituzione non esistevano i diritti dei lavoratori come li intendiamo oggi: i ritmi di lavoro erano molto gravosi; esistevano forme di lavoro svantaggiose come il lavoro a cottimo; inoltre, tutta una serie di condizioni riguardanti lo studio, la maternità, gli infortuni etc., non erano prese in considerazione dalla legislazione. In questi aspetti ci sono state delle grandi conquiste dagli anni ’60 in poi, fino ad arrivare allo Statuto dei Lavoratori del 1970 con cui si riuscì ad estendere alla gran parte dei lavoratori italiani alcuni diritti. Perciò, il rapporto era sicuramente sbilanciato a favore dell’impresa. Venendo ad oggi, l’effettiva applicazione dell’Articolo 1 [“L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro”, n.d.r.], è sicuramente a forte rischio. Proviamo ad analizzare la tipologia dei lavori di oggi, focalizzandoci sull’Italia: siamo una nazione tra le più industrializzate, la seconda a livello europeo dopo la Germania, e sicuramente abbiamo anche nel nostro territorio una buona realtà di industrie manifatturiere. Tuttavia, sempre di più stanno nascendo imprese che hanno a che fare con il mondo social network, dell’e-commerce (Amazon è solo un esempio) e delle grandi catene di distribuzione. Si tratta di grandi aziende che generano fatturati molto elevati ed hanno, dunque, un grande valore economico. Se però le si misura da un punto di vista della forza lavoro impiegata, l’impatto di queste imprese è minimo. Prendete ad esempio una fabbrica come può essere la Fiat che, pur avendo tagliato l’impiego di forza lavoro, mantiene un alto numero di persone impiegate nel processo produttivo. Questo livello è assolutamente imparagonabile a quello di aziende come Instagram, Facebook, Linkedin etc., che riescono a mobilitare una quantità di capitale ma dove lavorano solo pochissime persone. Ecco come questi cambiamenti rendono l’applicazione dell’Articolo 1 sempre più complessa.

Credo che il sindacato si debba profondamente interrogare su questi cambiamenti: il lavoro sta veramente cambiando. Non solo la questione dell’e-commerce e dei social, ma anche e soprattutto la robotizzazione di alcuni segmenti dell’industria. Basti pensare che in una cittadina vicino a Pittsburgh, negli Stati Uniti, è in corso la sperimentazione delle auto senza pilota. Allo stesso tempo la sperimentazione riguarda anche la consegna delle merci sui furgoni, che sono anch’essi senza pilota. Questa innovazione significherebbe, per il solo popolo americano, la perdita di circa tre milioni di posti di lavoro. La fine della sperimentazione e la conseguente industrializzazione di questa tecnologia è prevista attorno al 2050:se ci pensiamo bene è una data non così lontana.

È quindi necessario capire come domani possa esserci lavoro per tutti sulla base dell’Articolo 1 della Costituzione: sarà sempre più difficile!

Quali sono gli aspetti maggiormente problematici nel rapporto tra impresa e lavoratori (e, di conseguenza, sindacati) oggi? In quanto sono diversi da quelli degli scorsi decenni?

Niccolò. Oggi il sindacato sa bene in quale contesto globale si trova ad operare, ma correttamente rappresenta gli interessi dei lavoratori. Contrariamente al passato è più propenso all’incontro con l’azienda e le esigenze del mercato in cui opera, piuttosto che allo scontro ideologico. Credo che i sindacalisti di oggi siano molto preparati, formati anche a visioni pragmatiche dei contesti macroeconomici internazionali; ciò li rende degli ottimi interlocutori per un imprenditore serio. Nella nostra azienda da sempre abbiamo una piena collaborazione con le RSU [Rappresentanze Sindacali Unitarie, n.d.r.] ed i sindacati di zona. Ciò, in passato, ci ha permesso di affrontare le difficoltà assieme e di superarle senza lasciare indietro nessuno.

Fabio. Nel definire il rapporto tra impresa e lavoratori/ sindacati dobbiamo distinguere tre tipologie di imprese. Innanzitutto, l’Italia ha un tessuto imprenditoriale formato soprattutto da piccole e medie imprese (PMI). Là il sindacato sicuramente ha grande difficoltà a star dentro a questo rapporto. In questo caso, infatti, il rapporto diretto tra lavoratore e datore di lavoro è molto stretto, e quello che rende un lavoro un “buon lavoro” è in massima parte il datore di lavoro: se questo è sensibile, rispettoso e consapevole dell’importanza della relazione con il lavoratore il meccanismo funziona e non c’è bisogno del sindacato. Laddove invece il datore di lavoro non è incline a costruire un buon rapporto con il personale, il sindacato entra nel rapporto solo quando il lavoratore viene licenziato, si dimette, o c’è un qualche tipo di contenzioso. Fuori da questi casi, in questo tipo di aziende, il lavoratore, costretto per necessità a mantenere quel posto di lavoro, può essere sottoposto ad una serie di abusi (essere sottopagato, fare straordinari gratuiti, non possa andare in ferie, etc.) ed essere figli di una sorta di ricatto: “è già tanto che ti do lavoro, non provare ad andare da un’organizzazione sindacale”. Il sindacato viene a conoscenza di questi fatti quando il rapporto di lavoro si interrompe: il lavoratore viene licenziato, va dal sindacato e vengono alla luce una serie di anomalie che non sono mai state denunciate per anni.

La terza situazione è quella della grande industria. Nel nostro territorio abbiamo esempi importanti: Pignone, Finmeccanica, Menarini, Gucci, etc. Qua il sindacato, negli anni, ha portato grandi benefici per i lavoratori, perché è stato il terreno di conquista di salari e clausole di secondo livello, cioè accordi che vanno oltre ed integrano quelli del Contratto Nazionale di Lavoro. Tutto questo è impensabile per la PMI.

Quindi la natura del rapporto è determinata soprattutto dalla dimensione dell’impresa. Se essa è medio-grande c’è una buona tutela sindacale ed un buon rapporto. Se l’azienda è di piccole dimensioni conta molto la tipologia di azienda che ha in mente il datore di lavoro.

Nella vostra attività quali sono le principali difficoltà, aspettative di diverse categorie di lavoratori che non riuscite ad accogliere (in generale e nella vostra esperienza personale)?

Niccolò. Ritengo che la generale sfiducia verso le istituzioni di rappresentanza sia alla base di un atteggiamento di sfiducia che in alcuni casi ha coinvolto anche i sindacati, ma non nella loro generalità. I sindacalisti Fiom e Fim con i quali lavoro hanno la piena fiducia – almeno nella nostra realtà – dei nostri dipendenti, ma anche degli amministratori; essi, infatti, hanno saputo creare delle relazioni al passo con i tempi. Spesso ci confrontiamo con loro come dei veri consulenti del lavoro per definire assunzioni o superare piccole crisi.

Fabio. Questa è una critica alle organizzazioni sindacali mossa spesso dai giovani, che può essere riassunta così: “voi difendete i soliti noti e coloro che hanno già una serie di diritti, ma non siete in grado di intercettare, tutelare, difendere quelle persone che si approcciano per la prima volta al mondo del lavoro”. Chi sono oggi? Soprattutto le partite IVA, i “co.co.pro” etc. Ancor più di recente lo sono diventati i “voucher”, che nelle intenzioni del governo avrebbero dovuto far emergere il lavoro nero, ma che nei fatti sono stati largamente abusati e vengono oggi utilizzati per pagare le più disparate mansioni soprattutto dei giovani.

Oggi non riusciamo a intercettare queste persone. Anche se in CISL abbiamo una categoria predisposta per questi aspetti, pensata appositamente per i cosiddetti “lavoratori atipici”, la situazione è comunque complessa. Da una parte c’è molta preoccupazione e diffidenza da parte degli stessi “lavoratori atipici”; dall’altra “noi sindacati” dobbiamo fare autocritica, in quanto siamo stati per troppi anni disattenti al linguaggio di queste nuove tipologie di lavoro ed oggi siamo in difficoltà a colmare questa sorta di vuoto generazionale che si è creato.

Devo dire tuttavia che su questo aspetto stiamo lavorando molto. A giugno scorso è iniziata in Lombardia la sperimentazione di uno “Sportello Lavoro”, che speriamo di attivare a Firenze quanto prima: l’idea è quella di dedicare uno sportello unico dedicato ai giovani che vengono a chiedere aiuto in CISL (redazione del curriculum, certificazione delle competenze, come rapportarsi alle novità del Jobs Act etc.).

Quanto è importante la regolamentazione del rapporto di lavoro da parte dello Stato? In che direzione vanno i cambiamenti degli ultimi anni?

Niccolò. Lo Stato a livello nazionale deve regolamentare i CCNL [Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro], i quali rappresentano la cornice e la tela del rapporto azienda- lavoratori. Tuttavia è il contratto interno [cosiddetta “Contrattazione di Secondo Livello”, n.d.r.] a dover dar forma al quadro, ed è a livello di contrattazione interna che dobbiamo aspettarci lo sviluppo di nuove relazioni industriali costruttive e dinamiche.

Fabio. Su questo punto siamo molto critici, come lo siamo stati sia con l’ultimo governo che con i precedenti. Negli ultimi anni praticamente ogni governo ha voluto emanare la propria legge sul “mercato del lavoro”, come se fosse la panacea di ogni male. Abbiamo così avuto negli anni la riforma Biagi, la riforma Giovannini, la riforma Fornero, ed ora il Jobs Act. Ognuna di queste riforme aveva l’obiettivo primario di rimettere in moto il meccanismo del mercato del lavoro. Nessuno nasconde né nega l’importanza dell’operazione di incentivi per la stabilizzazione dei rapporti che prima erano a termine ed oggi sono a tempo indeterminato. Tuttavia il governo, se vuole rilanciare il lavoro e non solo i meccanismi del mercato del lavoro, si deve concentrare su nuove politiche industriali.

Sicuramente è possibile migliorare aspetti specifici di tale meccanismo, ma non si può creare lavoro solo con questo canale: c’è bisogno di politiche industriali che siano attente al territorio, alle aree di crisi, e che siano in grado di dare spinte positive e propositive agli imprenditori. Infatti spesso, pur essendo noi organizzazioni sindacali, vediamo le grandi difficoltà che i datori di lavoro hanno nel fare impresa in quest’Italia.

Perché il rapporto conflittuale tra le parti sociali è diventato sempre più esasperato? Quali sono le buone pratiche da sviluppare e implementare?

Niccolò. Un aspetto rilevante è la mania di considerare solo le grandi aziende come motore di sviluppo e nella valutazione dei macro-dati aggregati finiscono anche le persone. Le grandi aziende, le “public company” [espressione inglese per le imprese quotate in borsa, n.d.r.], sono legate a valutazioni basate su risultati di breve respiro: i manager a fine anno devono produrre utile per i soci, così spesso le persone diventano numeri, costi.

Ma c’è anche un aspetto sociale: se riteniamo superati i tempi degli scontri sui diritti dei lavoratori, oggi lo scontro nasce dal ruolo, spesso miope, tenuto principalmente da alcune federazioni legate a Confindustria. Queste, private dello scontro, non hanno alcun ruolo, mentre sul fronte sindacale si è visto una preparazione ed una crescita che ha lasciato le ideologie alla storia, sul fronte confindustriale ancora questo passaggio va implementato. Le buone pratiche non mancano sul nostro territorio nazionale basta seguirne l’esempio.

Fabio. Sicuramente negli ultimi anni il rapporto conflittuale tra le parti sociali e gli imprenditori è cresciuto; ciò sicuramente stato determinato in larga parte dalla crisi che dal 2008 ad oggi stiamo attraversando. Quando le aziende chiudono o annunciano la volontà di esternalizzare o delocalizzare è chiaro che il conflitto è finalizzato al mantenimento dell’occupazione: non è un conflitto finalizzato ad avere un giorno di ferie in più, ma di tenuta dell’attuale tessuto imprenditoriale. Quando un’impresa annuncia la diminuzione di 50-60 posti di lavoro è chiaro che l’elemento di conflitto si alza notevolmente.

Un aspetto interessante da un punto di vista di prevenzione è quello delle buone pratiche. Se l’azienda, negli anni, è stata abituata ad avere una rappresentanza sindacale, ad avere un dialogo con le parti sociali e a cercare di coniugare le necessità imprenditoriali con i bisogni dei lavoratori si riesce poi a trovare un punto di sintesi: questo si chiama concertare, ossia il riuscire a combinare assieme la gestione di un determinato periodo, sia esso di crescita, di sviluppo o di contrazione della produzione e dunque della domanda di lavoro. Nel territorio fiorentino questa dinamica di concertazione ha reso possibile la risoluzione e il contenimento di molte crisi che potevano avere un impatto molto pesante. Tutto ciò ha voluto significare che il sindacato è sceso a patti con l’azienda su aspetti fondamentali delle condizioni di lavoro, primo tra tutti quello salariale, non perché l’azienda voleva speculare sull’impegno dei lavoratori, ma perché l’azienda aveva un’esigenza vera e bisognava insieme trovare soluzioni a quell’esigenza.

Avete una parola di speranza (e impegno!) per i giovani che si affacciano oggi al mondo del lavoro?

Niccolò. Sì. Rivalutino il ruolo delle PMI e delle aziende familiari, che hanno progetti e visioni di lungo respiro e che non sono obbligate a staccare alti dividendi a fine anno, ma hanno invece possibilità di fare investimenti e strategie in cui l’utile di oggi è meno fondamentale dello sviluppo dell’azienda e dell’utile futuro. Troppo spesso i giovani che cercano lavoro si rivolgono solo ai grandi gruppi industriali dove diventano dei numeri, mentre nelle

PMI si cerca l’uomo o la donna che aiutino l’azienda a crescere, nelle PMI hanno più possibilità di crescita professionale.

Fabio. Noi crediamo che il futuro di quest’Italia si giochi su due “categorie” – passatemi il termine – di persone: i giovani e i migranti. Crediamo che siano due grandi risorse per il nostro paese, in quanto vanno a completare e integrare ciò che esiste.

La scorsa primavera abbiamo lanciato un manifesto: “Rifacciamo insieme il Lavoro”, rivolto a tutte le associazioni del mondo giovanile presenti sul territorio fiorentino con l’intento di cercare di ridisegnare la questione lavoro sotto un’altra prospettiva. Da una parte c’è la prospettiva classica della presentazione del curriculum in azienda alla fine del percorso formativo, con alte probabilità di non ricevere risposte e vivere un senso di abbandono. Dall’altra noi stiamo cercando di proporre un approccio differente, che in qualche modo si rifà anche al pensiero di Olivetti a cui avete fatto riferimento: lavorare non solo con l’obiettivo di produrre un profitto, ma dargli per di più una finalità più ampia, ossia mettendolo in rapporto con il territorio che l’ha generato ed in cui si inserisce. In questo modo il lavoro non si limita ad essere una questione di produzione di beni, ma genera la possibilità di creare altro lavoro in relazione alle esigenze del territorio. Cercando di rendere in modo concreto questa intuizione abbiamo chiesto ai giovani mettersi in gioco partendo dalle proprie competenze, analizzando le esigenze del territorio e riversando sul territorio quello che sono in grado di fare. Questo dovrebbe attivare una rete che dovrebbe dare nuovo valore al lavoro, valorizzando la persona e il contesto in cui vive. Questo si rifà ancora all’ottica di Adriano Olivetti, un’ottica dell’impresa che non è finalizzata al mero benessere dell’imprenditore, ma che deve essere invece rivolta alla realizzazione delle persone che, trovando un benessere fisico e psichico là dove lavorano, saranno in grado di produrre e creare ricchezza sia per loro stessi che per l’imprenditore.