La gioia dell’Incontro

L’accoglienza tra relazione e paure

“Il dialogo nasce da un atteggiamento di rispetto verso un’altra persona,
dalla convinzione che l’altro abbia qualcosa di buono da dire; presuppone
fare spazio, nel nostro cuore, al suo punto di vista, alla sua opinione e
alle sue proposte. Dialogare significa un’accoglienza cordiale e non una
condanna preventiva. Per dialogare bisogna sapere abbassare le difese,
aprire le porte di casa e offrire calore umano”
(Papa Francesco, Il cielo e la terra)

 

“Accogliere” sembra, oggi, divenuto un termine divisivo, secondo il quale classificare l’appartenenza politica, se non partitica, dei cittadini a seconda di come essi si approcciano all’accoglienza e alle sue conseguenze politiche, economiche e sociali. Certo è che l’accoglienza rappresenta uno dei grandi temi del nostro tempo e le azioni, politiche e sociali, che la caratterizzeranno oggi avranno importanti conseguenze per il tipo nella costruzione della comunità del prossimo futuro. Proprio per queste ragioni riteniamo che il dibattito attuale sull’accoglienza sia parziale, fuorviante e insufficiente ad affrontare in maniera seria e costruttiva le sfide del tempo presente. Dunque, stimolati dalle esperienze vissute durante la Tre Giorni svoltasi a Palermo lo scorso ottobre, abbiamo sentito la necessità di approfondire questo tema, cercando di offrire una visione di più ampio respiro e, allo stesso tempo, riflessioni che tocchino la quotidianità di ciascuno come cittadino e come cristiano. In particolare ci siamo interrogati sul senso profondo di questo gesto e sul ruolo che noi cristiani siamo chiamati a svolgere in un momento storico in cui la capacità di saper accogliere risulta certamente decisiva. La nostra riflessione si sviluppa, innanzitutto, dalla premessa fondamentale di non considerare l’accoglienza solo con riferimento a persone necessariamente diverse e distanti da noi, siano queste i poveri, gli emarginati, o i migranti. Essi sono oggi proposti, in modo quasi ossessivo, dai mezzi di comunicazione come gli unici soggetti verso cui rivolgerci. In realtà, siamo convinti che l’accoglienza nasca ben prima e debba essere diretta a tutti, vicini e lontani, in un continuo sforzo di ricerca delle povertà e debolezze di chi ci sta accanto.

Che cosa significa però accogliere? Siamo soliti immaginare questo gesto come un atto di compassione di un soggetto, in posizione di forza, nei confronti di qualcuno più debole, quasi come si trattasse di una gentile concessione. In realtà chi accoglie rende partecipe di qualcosa di proprio, si offre, si spalanca verso l’altro diventando un tutt’uno con lui; la piena accoglienza nasce infatti come un movimento simmetrico, un gesto che pone in discussione entrambe le parti e che, come tale, richiede innanzitutto una piena consapevolezza di se stessi. Papa Francesco, all’interno della Evangeli Gaudium, sottolinea la necessità di un’apertura verso l’altro che non può prescindere dal mantenersi fermi nelle proprie convinzioni più profonde, con identità “chiara e gioiosa”, aperta alla comprensione dell’altro: accogliere dunque ma senza dover, per questo, rinnegare ciò che siamo. Ed è forse proprio la paura di dover rinunciare a qualcosa di se stessi, come ai propri progetti o alle proprie abitudini, per far posto all’altro, che ci spaventa e ci limita. Diventa così essenziale, in ciascuna relazione in cui siamo chiamati ad accogliere, interrogarsi su quali siano i timori che proviamo nello stabilire una relazione con un’altra persona, saper ricercare se vi siano motivazioni reali ed oggettive che ci impediscano di accettare pienamente questa sfida; così facendo ci potremmo rendere conto che spesso siamo di fronte a paure irrazionali. Per giungere a tale consapevolezza è inevitabile interrogarsi sulle reali ragioni che stanno alla base del nostro accogliere; non è semplice comprendere se la nostra apertura verso l’altro nasca come un atto di pietà e rispetto nei confronti della persona o se vi siano ragioni più profonde alla base di questo sforzo, di questa tensione. Questo è quello che richiede una reale accoglienza, l’invito a porsi continuamente in discussione, a ricalcolare costantemente il percorso della nostra vita: aprirsi all’altro per rinnovare la nostra routine, farci uscire dalla nostra zona di comfort ed arricchire la nostra vita. Riusciamo davvero a non rimanere indifferenti all’altro, ad essere realmente interessati alla condizione di chi ci troviamo accanto? Crediamo davvero alla necessità di fermarci e farci “toccare” da esso? Sappiamo quindi trovare lo spazio ed il tempo per concretizzare questo interesse? L’obiettivo, che certamente non saremmo sempre in grado di raggiungere, è quello di un’accoglienza che supera la semplice, seppur sacrosanta, buona educazione. Chiaro esempio è la relazione tra due amici, che non hanno più bisogno di regole di buon costume, limitazioni e vincoli ma si accolgono con la naturalezza che tale vicinanza comporta. La ricerca della vera motivazione che ci sostiene nella relazione con l’altro a noi prossimo, ed in modo ancor più eclatante con il povero o l’emarginato, non può essere solo il frutto di una buona condotta o di un atto di buon costume. Accogliere da un punto di vista cristiano significa amare l’altro come se stessi, saper riconoscere il Corpo di Cristo che si lascia ritrovare nei volti e nelle persone dei fratelli più deboli: questa è la vera ricchezza dell’accoglienza, l’opportunità unica ed irripetibile che il contatto con l’altro può donarci. Vissuta in quest’ottica l’accoglienza è davvero un dono irrinunciabile per entrambe le parti, non un gesto compiuto da qualcuno e passivamente accettato dall’altro. Una chiara consapevolezza del motivo che ci porta ad aprirci all’altro rappresenta anche uno scopo di primaria importanza per la vita ed il futuro delle nostre associazioni; ci è infatti richiesto un profondo esame di coscienza e di autocritica: sappiamo davvero essere comunità accoglienti? Sappiamo far vivere le persone all’interno delle nostre realtà ecclesiali come fratelli pienamente inseriti nel contesto o più spesso li percepiamo come dei semplici componenti di un ingranaggio?

Comprendendo che l’incontro con l’altro, seppur lontano e diverso da noi, e di conseguenza anche l’incontro con Dio, sono il fine più vero dell’accoglienza, saremmo in grado di creare comunità aperte e coese, accomunate dalla stessa identica ricerca. Prendiamoci dunque l’impegno di creare occasioni d’incontro e di accoglienza nelle nostre comunità e, soprattutto, non limitiamoci a parlarne perché l’accoglienza è una concreta scelta di vita che non si limita ad adesioni ad idee astratte o a mere dichiarazioni.

da Prospettive 162, Editoriale
4° trimestre 2017

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