Il 29 novembre è stato dichiarato dall’Organizzazione delle Nazioni Unite la “Giornata internazionale della solidarietà con il popolo palestinese”. Ogni anno tale evento ricorda come il conflitto fra Israele e Palestina, cominciato nel 1967 con l’occupazione israeliana dei territori palestinesi della Cisgiordania, Gerusalemme Est e Striscia di Gaza, dopo 50 anni sia ancora fortemente irrisolto.

Le tensioni fra i due Paesi sono aumentate nuovamente dalla fine di Marzo 2018 quando sono stati lanciati 500 missili dalle milizie palestinesi di Hamas nel sud di Israele che ha risposto con 150 raid delle forze armate nella striscia di Gaza e con la “Grande marcia del ritorno” indetta da Hamas che ha provocato 62 morti e 3000 feriti. Tali cifre vanno ad aggiornare il conto salatissimo di questo conflitto: 3000 vittime palestinesi e 100 israeliane negli ultimi otto anni. Da marzo a metà dicembre lo scenario non è mutato; sono ormai all’ordine del giorno nuovi morti e lanci di missili e blitz armati dalla e verso la Striscia di Gaza, luogo di un conflitto che si sta trasformando in una vera e propria (nuova) guerra, situazione che ha spinto il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite ad approvare una risoluzione che prevede l’istituzione di una commissione internazionale indipendente con il compito di indagare sulle violenze commesse a Gaza. Israele e Palestina si stanno infatti muovendo verso una “conclusione ad uno Stato di perpetua occupazione” che sancirebbe la negazione dei diritti inalienabili dell’uomo sanciti dall’Assemblea Generale per il popolo “occupato”, quali il diritto di autodeterminazione dei popoli, il diritto alla sovranità nazionale e il diritto di tornare alle proprietà abbandonate. Per questo motivo le Nazioni Unite hanno ricordato il 29 novembre la necessità di risolvere il conflitto con la cosiddetta “soluzione a due Stati” che si basa sulla pacifica e armoniosa convivenza di due nazioni riconosciute con confini definiti e sicuri, con Gerusalemme capitale di entrambi. Questa risoluzione è condivisa da numerosi attori della comunità internazionale in aggiunta all’Onu tra cui il Papa e l’ex segretario di Stato americano John Kerry che significativamente si era astenuto sul voto alla risoluzione dei nuovi insediamenti israeliani a Gerusalemme Est del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, si ricordi che gli Usa riconoscono ufficialmente Gerusalemme come capitale d’Israele oltre che ad essere due nazioni “amiche”. La posizione delle Nazioni Unite non è tuttavia nuova anzi, si potrebbe dire che sia stata all’origine delle tensioni fra Israele, Palestina e il mondo arabo. Infatti bisogna risalire alla data fondamentale del 29 novembre 1947 quando l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, per risolvere le diatribe fra arabi ed ebrei, ha approvato la risoluzione n. 181 che prevedeva il piano della spartizione della Palestina in due stati indipendenti, uno ebraico e l’altro arabo: i risultati ottenuti rispecchiano la situazione attuale. Gli eventi che ne sono invero derivati – la proclamazione del moderno Stato d’Israele nel 14 maggio 1948, il rifiuto di tale risoluzione dalla totalità dei rappresentanti palestinesi e di numerosi stati arabi, i continui conflitti arabo-israeliani fino a quello odierno – hanno di fatto dimostrato l’inattuabilità di questa (non) soluzione: la migliore per tutti gli attori internazionali in quanto promuove la pace e principi di solidarietà, tranne che per Israele e Palestina.

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