Oltrepassare il confine e il prima possibile. La Turchia ha annunciato che presto entrerà nel Nord della Siria, nel Kurdistan siriano. Nella seconda metà di dicembre le truppe di Ankara si sono messe in viaggio verso il confine in quella che, di fatto, è un’accelerata nell’operazione militare contro le milizie curdo-siriane che hanno combattuto l’Isis a fianco degli Stati Uniti. Tutto mentre Washington ha formalmente iniziato le operazioni di ritiro delle truppe dalla Siria considerando finita la lotta allo stato islamico e lasciando, di fatto, mano libera ad Erdoğan nel Kurdistan siriano.

Nelle ultime ore un portavoce della Casa bianca ha comunicato che il presidente Donald Trump ha intenzione di accettare l’invito del presidente turco a visitare Ankara il prossimo anno.

La tensione nel Kurdistan siriano è altissima: non solo Ankara invia le truppe verso il confine ma dall’altro lato della frontiera si mobilitano i ribelli siriani supportati dai turchi, mentre le milizie curdo-siriane, in allarme, hanno inviato una delegazione a Mosca per cercare supporto.

Erdoğan, intanto, ha invitato Putin a un incontro, ma il Cremlino attende prima di accettare.

La svolta che potrebbe determinare un cambio negli assetti regionali è però che lo Ypg, l’Unità di protezione popolare, braccio armato dei curdi siriani, ha chiesto all’esercito di Bashar al-Assad di prendere il controllo di Manbji, strategica città sotto il controllo curdo, che la milizia si prepara a lasciare. E le forze fedeli al governo di Damasco sono entrate nella città siriana di Manbji, da cui si sono ritirate le milizie curdo-arabe appoggiate dall’Occidente nella lotta al sedicente Stato Islamico, per evitare l’offensiva turca dopo il ritiro delle truppe statunitensi.

La richiesta era arrivata proprio quando la Turchia si preparava a sferrare l’imponente operazione di terra, che ha, o meglio avrebbe, proprio per obiettivo quello di liberare i distretti di Manbji e Kobane dalla presenza curda. Nel tweet si legge chiaramente che ad Assad viene chiesto di proteggere questi territori “dall’invasione turca”.

L’operazione è fortemente voluta dal presidente turco Erdoğan, soprattutto dall’annuncio del ritiro delle truppe Usa dalla Siria. Ma questa volta potrebbe trovarsi contro il suo principale alleato al momento, ossia Vladimir Putin, che non vede di buon occhio le mire espansionistiche della Turchia nella regione.

Ankara, dal canto suo, ha assicurato che l’obiettivo è solo liberare i territori dalla presenza di organizzazioni terroristiche di matrice curda. Lo Ypg, infatti, viene considerato il braccio siriano del Pkk, il Partito dei lavoratori del Kurdistan. Ma le garanzie turche non sembrano rassicurare l’alleato russo.

Tuttavia, data la lentezza con cui l’America mette in atto le operazioni volte al ritiro delle truppe, forse perché lo stesso Trump intende utilizzare questa situazione più come dimostrazione rivolta agli alleati che ritirare veramente le truppe dalla Siria, appaiono sempre più sfide del governo turco all’amministrazione americana sulla Siria e sul futuro della nazione in cui quasi un terzo del territorio rimane sotto il controllo di forze militari curde che fino ad oggi sono state sostenute dagli Usa nella battaglia contro i terroristi dell’Isis.

Il 10 gennaio il ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu ha detto che se gli americani rallenteranno il loro ritiro della Siria orientale “l’esercito turco sarà comunque in grado di lanciare un’offensiva”. Per Çavuşoğlu “se il ritiro americano verrà ritardato con scuse inverosimili come dire che l’esercito turco si prepara a massacrare i curdi, allora noi comunque andremo avanti. La Turchia combatterà lo Ypg sia che gli americani si ritirino sia che rimangano in Siria”.

Il riferimento di Çavuşoğlu è alle parole di Mike Pompeo: il segretario di Stato americano, in missione in Medio Oriente, ha dichiarato che prima del ritiro delle truppe Washington vuole assicurarsi che “i turchi non massacrino i curdi”.

I miliziani dello Ypg sono stati “la fanteria” degli americani nei 4 anni in cui in Siria gli aerei Usa hanno bombardato di continuo le postazioni dei terroristi dello Stato Islamico.

Martedì 8 gennaio il Consigliere per la sicurezza nazionale Usa John Bolton era atterrato ad Ankara per incontrare i vertici turchi; era previsto (anche se non annunciato ufficialmente) un vertice anche con il presidente Erdoğan, che ha però deciso di cancellarlo all’ultimo momento.

La situazione, col passare del tempo, si fa sempre più incandescente: “devasteremo economicamente la Turchia se colpisce i curdi”, “creeremo una zona di sicurezza”, ha affermato via Twitter il presidente americano, sottolineando che è iniziato il ritiro delle truppe americane dalla Siria.

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