Gli uomini e le donne, infatti, che per procurarsi il sostentamento per sé e per la famiglia esercitano il proprio lavoro in modo tale da pre- stare anche conveniente servizio alla società, possono a buon diritto ritenere che con il loro lavoro essi prolungano l’opera del Creatore, si rendono utili ai propri fratelli e donano un contributo personale alla realizzazione del piano provvidenziale di Dio nella storia.

Gaudium et Spes § 34

Quello del lavoro è da anni tra i temi più dibattuti a livello politico e sociale, quasi sempre esso è trattato come indissolubilmente legato alla contingenza della crisi economica e della conseguente incapacità strutturale dell’Italia di dare risposte all’altezza delle nuove esigenze del “mercato” del lavoro. Questa incapacità strutturale deriverebbe da vari fattori che si collocano in posizioni diverse del mondo del lavoro: dalle relazioni tra le parti sociali, a schemi contrattuali poco o troppo flessibili, all’incapacità degli enti formativi di fornire una formazione adeguata all’inserimento nel mondo del lavoro. Non vogliamo qui criticare questa o quella posizione riguardo alle politiche del lavoro adeguate per rispondere alle sfide del nostro tempo. Vogliamo però riaffermare con forza che le tematiche del lavoro possono e devono essere affrontate anche da un punto di vista più ampio e profondo, andando a ricercare quelli che – a dispetto dei cambiamenti delle contingenze storiche – rimangono valori di fondo immutabili.

L’obiettivo non è quindi di rifiutare ogni cambiamento nelle politiche del lavoro, ma di riaffermare che tali cambiamenti non devono essere espressione di una mera mercificazione del lavoro e della volontà di raggiungere la massima produttività nel breve periodo al minor costo possibile, ma quella di creare valore nel lungo periodo sia per l’azienda che per il lavoratore.

Le giovani generazioni, in modo particolare, si trovano in un terreno di assoluta incertezza addirittura nel definire cosa sia il “lavoro”. Infatti, lo scollamento fra il suo significato alto, di mezzo di dignità, sostentamento e sviluppo della persona e della società, espresso con forza – per esempio – dalla Gaudium et Spes e la pratica quotidiana fatta è talmente profondo da risultare inconciliabile a livello valoriale.

Viene da chiedersi, talvolta, se l’accezione alta, valoriale e relazionale del lavoro non sia qualcosa di ormai sepolto sotto i grandi cambiamenti globali degli ultimi tre decenni: la risposta deve tuttavia essere radicalmente negativa. Infatti, il lavoro è qualcosa di connaturato all’uomo: Dio mise l’Uomo nel giardino di Eden perché lo coltivasse e lo custodisse (Gen. 1, 15), affinché la coltivazione rendesse frutto. Il rapporto necessario tra la realizzazione dell’umanità piena e l’attività lavorativa è riaffermato in maniera chiara e puntuale dal paragrafo introduttivo all’Enciclica Laborem Exercens: “Così il lavoro porta su di sé un particolare segno dell’uomo e dell’umanità, il segno di una persona operante in una comunità di persone; e questo segno determina la sua qualifica interiore e costituisce, in un certo senso, la stessa sua natura”. Dunque, al di là degli inevitabili cambiamenti e delle innovazioni che le mutate situazioni impongono, un nucleo di valori di dignità e libertà non può scomparire o essere soppiantato.

Con questa convinzione ci sentiamo di riaffermare con forza alcuni aspetti di fondo: il lavoro è tale se retribuito in maniera “proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa” (come sancito dall’articolo 36 della Costituzione) e se inserito in un progetto di crescita del lavoratore e dell’azienda che abbia un orizzonte di medio-lungo periodo. In altre parole, il lavoro è tale solo se è in grado di generare valore, e non solo mero profitto, per tutti: lavoratore, imprenditore e chi usufruirà dei frutti del lavoro stesso.

In particolare gli aspetti della retribuzione e di un progetto di lungo respiro, oltre alla piaga della disoccupazione, toccano oggi la carne viva di migliaia di giovani, i quali si trovano sballottati per anni in posizioni lavorative e situazioni contrattuali non dignitose. Ciò impedisce troppo spesso di realizzare sogni e progetti personali e familiari, quasi appiattendo la persona alla sola dimensione lavorativa e portandola ad accettare situazioni insoddisfacenti e senza prospettiva di crescita personale e professionale. Una simile situazione di insoddisfazione, precarietà e paura in un aspetto così centrale per la persona rischia poi di riverberarsi sulle altre dimensioni di vita del giovane, trasformando l’insicurezza e la precarietà lavorativa in una dimensione quasi esistenziale.
Questo è un grande messaggio per tutti gli attori civici ed istituzionali: lo Stato, i sindacati, gli attori formativi ed

educativi. C’è necessità oggi di individuare e comprendere a fondo le situazioni di grande sofferenza professionale e personale delle nuove categorie di lavoratori deboli e per larga parte esclusi. Inoltre, c’è la necessità di non abbandonare i giovani a questa situazione di incertezza e paura, ma di accompagnarli in questo passaggio spesso complesso e sofferto, cercando – ad ogni livello – di offrire soluzioni di speranza e prospettiva.

In questo numero di Prospettive vorremmo portare avanti questa riflessione attraverso alcuni contributi specialistici sul tema, che troverete nelle prossime pagine; ma anche facendo riferimento alla figura dell’industriale Adriano Olivetti come testimone di quei valori e principi di fondo che caratterizzano il lavoro delle persone e il loro rapporto con le dinamiche industriali, sociali, familiari e personali. Ancora, non si tratta di ricordare con nostalgia “un’epoca aurea” o di proporre un copia- incolla del modello olivettiano; al contrario si tratta di lasciarsi interrogare da questa figura e di individuare, con competenza e fantasia, soluzioni nuove che soddisfino i principi di fondo anche in questo complesso momento storico.