“…Non è esagerato affermare che la situazione in Libia ha raggiunto un momento cruciale. Stiamo lavorando per evitare che i recenti sviluppi e le tensioni sul campo aumentino, e ruotino invece verso la stabilità e un patto politico che consenta la fine della crisi nel paese”.

Questo l’esordio del Rappresentante Speciale del Segretario Generale, Ghassan Salamé, al suo briefing al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite presieduto dalla Francia. Ed è sicuramente vero: dopo mesi di ritardi e trattative, è stata finalmente fissata la data della Conferenza nazionale, che si terrà dal 14 al 16 Aprile al fine di stabilire le necessarie riforme costituzionali e delineare in maniera rigorosa l’iter che porterà la Libia a nuove elezioni. La scelta del luogo è ricaduta sull’oasi di Gadames, in quanto si è ritenuto che un luogo isolato in mezzo al deserto fosse più idoneo all’attuazione delle opportune misure di sicurezza, rispetto ad un centro urbano come Sirte o Tripoli.
La gestione dell’evento in tutte le sue parti sarà responsabilità degli attori libici: i partner internazionali saranno presenti sono per vigilare sulla sua buona riuscita e metteranno a disposizione del GNA forze di polizia ed esercito.

Al summit sono stati invitati esponenti di 20 gruppi politici, sociali e d’influenza, scelti mediante rigidi criteri e 17 standard tra cui appartenenza religiosa e etnica, sesso, età e collocazione geografica. Questo per avere un’immagine più rappresentativa possibile della popolazione libica, seguendo il principio – guida delle Nazioni Unite, condiviso dall’ambasciatore libico all’ONU, Mahdi Al-Mujrabi: la  soluzione alla crisi nel paese africano non è nelle mani di nessun gruppo politico o militare, ma deve coinvolgere tutti per arrivare ad una visione condivisa. In questo senso – a detta di Al-Mujrabi – la comunità internazionale può fare molto per sostenere il processo politico, a patto che le varie nazioni mettano da parte le divergenze per raggiungere una posizione comune.

Dalla diramazione della data dell’appuntamento però, la preoccupazione principale della suddetta comunità è stata la sicurezza dei propri cittadini che si trovano sul suolo libico. Diversi paesi hanno chiesto ai propri connazionali di rientrare in patria in quanto si teme una possibile escalation di attentati da parte di Isis e Al-Qaeda, che potrebbero colpire la conferenza stessa oppure altri luoghi, sfruttandola come diversivo.
Anche in quest’ottica è stato fissato in questi giorni un incontro tra Libia, Tunisia, ONU e Unione Africana. Intanto a Tripoli è stato diramato lo stato di allerta, sono state vietate le manifestazioni di piazza e si sta provvedendo al rafforzamento di tutte le infrastrutture critiche, dagli impianti petroliferi ai palazzi del governo. Che ci sia qualcuno che ha interesse nel fallimento dell’iniziativa è emerso anche da un evento recente: la comparsa di false liste di invitati, che escluderebbero personalità di rilievo dal tavolo delle trattative, collo scopo di creare confusione e suscitare una possibile reazione armata. Ghassan Salamé ha perciò insistito sul fatto che l’unica e vera lista si trovi nelle sue mani e che i partecipanti saranno contattati direttamente dalla missione ONU; a conti fatti però, tali fake – news hanno incrementato le tensioni in certe aree del paese, specialmente nell’Ovest.

Rimangono ancora dubbi sulla condotta del generale Haftar. Mentre prosegue la sua opera di stabilizzazione della Libia meridionale (anch’essa costellata di luci e ombre)  ha iniziato a diffondere la voce che, in caso di mancato accordo, l’unica soluzione attuabile sarebbe quella del suo ingresso a Tripoli. Questo al fine di scongiurare, di fronte al concretizzarsi dell’eventualità, reazioni ostili da parte della popolazione locale che potrebbero allargarsi sino allo scoppio di una nuova guerra civile in cui il generale avrebbe molto da perdere, specialmente in termini di sostegno internazionale. Molti dei grandi partner strategici che fino ad oggi lo hanno supportato, in cambio di future concessioni riguardanti i pozzi petroliferi, non potrebbero permettersi di continuare a farlo se vedessero i propri interessi economici messi a repentaglio da una nuova deriva bellica.

Il problema fondamentale di tutta questa situazione rimane uno: un attore, Haftar, è decisamente più forte di tutti gli altri, detenendo ormai un potere economico e territoriale e godendo di un sostegno dall’estero enormemente superiori rispetto al GNA di al-Sarraj. Come ha recentemente evidenziato Dario Cristiani, un analista esperto di Nordafrica: “trovare un accordo politico durevole e stabile con una tale spada di Damocle sulla testa resta impresa ardua, per non dire impossibile”.
Quella che si palesa è una strada apparentemente senza uscita: se la Conferenza accettasse la centralità dell’uomo forte della Cirenaica, ciò causerebbe non pochi problemi con le milizie (che, a scanso di colpi di scena, verrebbero rimpiazzate dall’LNA) e forse anche colla popolazione di Tripoli, che potrebbe comunque vederlo come un invasore; un mancato riconoscimento invece lo porterebbe sicuramente ad inasprire la sua politica di espansione militare, che alla fine porterebbe sicuramente ad un intervento a Tripoli, come già detto precedentemente, e al tentativo di prendere controllo diretto di istituzioni ed organizzazioni che ora può solamente influenzare (come la NOC). Stessa cosa nel caso in cui non venisse trovata un’intesa e dunque ci si trovasse di fronte alla perpetuazione dell’attuale stallo.

E’ chiaro come il sole che ci troviamo ad un punto di svolta. Dalla gestione e dagli esiti della conferenza nazionale dipende il futuro della Libia: se tutto andrà liscio, auspicabilmente il paese sarà traghettato a nuove elezioni e si andrà verso la riunificazione dei due governi paralleli; se dovesse accadere il contrario, potrebbe sprofondare definitivamente nel baratro.

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